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I quattro elementi che raccontano la nostra Terra stanca: il fuoco

I quattro elementi che raccontano la nostra Terra stanca: il fuoco

Terra, acqua, aria e fuoco parlano lingue diverse per descrivere lo stesso equilibrio, sempre più precario. Ogni estate sembra identica alla precedente e ogni estate promettiamo che sarà l'ultima vissuta nell'emergenza. Ma il cambiamento climatico rende ogni scintilla più devastante e allunga la stagione degli incendi

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C'è stato un tempo in cui l'uomo imparava a riconoscere la propria fragilità osservando i quattro elementi. La terra gli insegnava il limite della fertilità, l'acqua quello della sopravvivenza, l'aria il valore del respiro e del movimento. Il fuoco, infine, rappresentava insieme la conquista e il pericolo: la luce che permetteva di abitare il mondo e la forza capace di distruggerlo. Oggi quei quattro elementi continuano a raccontare la nostra storia, ma parlano una lingua diversa, una lingua che descrive un equilibrio sempre più precario. La terra è stanca. Consuma più di quanto riesca a rigenerare. Perde sostanza organica, biodiversità, capacità di trattenere l'acqua. È il primo archivio della vita e, nello stesso tempo, il più silenzioso delle vittime.

L'acqua manca, ma non manca soltanto: arriva nel momento sbagliato e con l'intensità sbagliata. Lunghi mesi di siccità si alternano a piogge violente che il territorio non riesce più ad assorbire. Non è soltanto il clima a cambiare; è il nostro rapporto con il territorio che si è impoverito. Il vento continua a essere il grande messaggero del Mediterraneo. Porta semi, umidità, profumi, vita. Ma quando incontra paesaggi abbandonati e vegetazione disseccata diventa il più potente alleato delle fiamme.

È allora che il quarto elemento cambia natura. Il fuoco non è più soltanto un fenomeno fisico. Diventa il simbolo di una frattura tra l'uomo e il paesaggio. In questi giorni il Sud Italia brucia ancora. Bruciano boschi, uliveti, macchia mediterranea, aree protette. Bruciano case, aziende agricole, animali selvatici, memorie collettive. Ogni estate sembra identica alla precedente e ogni estate promettiamo che sarà l'ultima vissuta nell'emergenza. Ma continuiamo a raccontarci una storia incompleta.

È rassicurante attribuire tutto al cambiamento climatico. È altrettanto rassicurante sostenere che la colpa sia delle politiche ambientali europee. Entrambe le letture, prese isolatamente, finiscono per nascondere la complessità del problema.

Il cambiamento climatico non appicca gli incendi. Nessuna ondata di calore accende un fiammifero. Ma rende ogni scintilla infinitamente più devastante, allunga la stagione del fuoco, prosciuga la vegetazione, moltiplica la velocità di propagazione delle fiamme.

Allo stesso tempo, sarebbe ingenuo ignorare quanto pesino l'abbandono delle aree interne, la scomparsa dell'agricoltura estensiva, la riduzione del pascolo, la perdita della manutenzione ordinaria dei boschi, la frammentazione amministrativa e, soprattutto, la mano criminale che continua a usare il fuoco come strumento di profitto, ricatto o speculazione.

Le fiamme sono il punto di arrivo di molte crisi che si sommano.

Per questo appare sempre più strumentale il tentativo di trasformare gli incendi nell'ennesimo processo al Green Deal europeo. Si insinua che la tutela della natura impedisca di gestire i boschi e che le politiche ambientali abbiano favorito l'accumulo di combustibile vegetale. È una semplificazione che non regge ai fatti.

La gestione attiva del territorio è uno degli obiettivi delle più avanzate strategie europee sulla biodiversità e sul clima. Conservare non significa abbandonare. Proteggere non significa rinunciare alla gestione. Significa, al contrario, restituire intelligenza ecologica alle nostre decisioni. Il vero problema è un altro: abbiamo progressivamente smesso di abitare il paesaggio. Per secoli agricoltori, allevatori e comunità locali hanno costruito un mosaico fatto di coltivi, pascoli, boschi, terrazzamenti, siepi, sentieri e sistemi idraulici. Non era soltanto un paesaggio bello. Era un paesaggio resiliente, capace di interrompere la continuità del combustibile, di trattenere l'acqua, di ridurre la vulnerabilità agli incendi.

Quando quel mosaico si dissolve, il fuoco trova continuità. E dove trova continuità trova velocità. Ogni ettaro che brucia non rappresenta soltanto alberi perduti. Perdiamo suolo fertile, biodiversità, capacità di immagazzinare carbonio, risorse idriche, economia rurale e identità culturale. Perdiamo quella trama invisibile di relazioni che rende un territorio una comunità e non semplicemente uno spazio geografico.

Per questo gli incendi non sono soltanto un problema forestale. Sono una questione agricola, ambientale, sociale e persino democratica. Misurano la qualità delle politiche pubbliche molto più di quanto misurino l'efficienza dei Canadair. La prevenzione non comincia quando si alzano in volo gli aerei antincendio. Comincia molto prima: nella pianificazione del territorio, nel sostegno all'agricoltura che presidia le aree marginali, nella cura dei boschi, nella ricerca scientifica, nell'educazione ambientale, nella presenza dello Stato contro chi usa il fuoco come un'arma.

Perché è proprio questo il punto che dovremmo avere il coraggio di riconoscere. Il fuoco non sta dichiarando guerra agli alberi. Sta dichiarando guerra al paesaggio. E il paesaggio non è semplicemente natura. È la forma che la natura assume quando incontra la storia, il lavoro e la responsabilità delle comunità umane.

Se continueremo a considerare gli incendi soltanto come un'emergenza estiva, continueremo a spegnerli senza mai imparare davvero a prevenirli. Il giorno in cui capiremo che difendere il paesaggio significa difendere la qualità della nostra democrazia, allora forse torneremo a governare il fuoco invece di limitarci a inseguirlo. Il paesaggio non muore quando arriva il fuoco. Comincia a morire il giorno in cui smettiamo di abitarlo.