Come possiamo proteggere noi stessi e la natura se non conosciamo davvero cosa stiamo perdendo? Una domanda - chiave - che dovremmo porci in un Pianeta dove la biodiversità sta vivendo “un vero e proprio sterminio” dice senza mezzi termini lo zoologo, naturalista e curatore del Museo di Storia Naturale di Trieste Nicola Bressi (@nicolabressi), fra i protagonisti del Festival di Green&Blue al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano.
Il problema, racconta Bressi, è che stiamo perdendo il contatto con la realtà: tra mancanza di educazione scolastica, di formazione e di ruoli chiave come quelli dei tassonomi che ci aiutano a riconoscere e determinare le specie, e un generale allontanamento dalla natura anche a causa di un elevato numero di divieti, oggi impegnarsi nella conservazione della biodiversità sta diventando sempre più complesso.
Sappiamo bene che oggi la biodiversità planetaria è in ginocchio: in soli 50 anni c’è stato un catastrofico calo del 73% della dimensione media delle popolazioni di vertebrati selvatici con veri e propri ecocidi se si parla di ecosistemi di acqua dolce (-85%), terrestri (-69%) e marini (-56%).
"Una delle cose più difficili però da far capire è che c’è uno sterminio in corso della biodiversità che non si arresta. Le persone faticano a comprenderlo perché nell’era dell’immagine visiva tra social network, video e costante condivisione di foto ci sembra di essere circondati da animali. In tantissimi mi inviano foto di insetti o specie chiedendomi informazioni ed è come se, per via del fatto che tutti hanno un cellulare e le immagini rimbalzano ovunque, ci sia la credenza che gli animali siano perfino in aumento: in realtà non è affatto così, al contrario. E poi c’è un enorme differenza fra qualità e quantità” spiega lo zoologo.
È il caso per esempio degli insetti. "In Italia fra migliaia di specie di insetti che abbiamo oggi sono pochissime quelle che aumentano: la maggior parte invece la stiamo perdendo. Per capirlo pensiamo alla sindrome del parabrezza vuoto: nei viaggi in auto passati, anni fa, ogni tanto dovevi fermarti a pulire il vetro dalla quantità di insetti diversi presenti. Oggi invece o non ne trovi o sono insetti di sole due specie: stanno dunque crescendo per numero insetti di minore qualità come zanzare, mosche o cimici, mentre tutte le altre stanno sparendo in silenzio”.
Un declino che, sostiene Bressi, va di pari passo con quello dei tassonomi, gli studiosi esperti nel classificare piante e animali. “Sono sempre meno e mal pagati, eppure sono fondamentali per capire la biodiversità e di conseguenza proteggerla”. Ancora oggi, anche se Trieste è stata fra le prime città con studi dedicati sul tema, “non sappiamo per esempio esattamente che specie di formiche vivono a Roma o a Milano. C’è ancora troppa poca conoscenza. Però accade che i cittadini chiamino per saper gestire per esempio un’invasione in casa: ma se non sappiamo di quale specie si tratta, come possiamo occuparcene in maniera efficace?”.
Per il naturalista serve dunque investire di più nella scienza e nella formazione, a partire anche dall’educazione nelle scuole. “Io sono nato in un quartiere di periferia di Trieste da una famiglia di immigrati e fin da piccolo venivo considerato il bambino ‘pazzo’ che amava gli animali. Forse, avendo sempre voluto fare lo zoologo, sono di parte nel dirlo, ma mi spaventano le domande che le persone mi pongono oggi: non sanno più distinguere nemmeno una farfalla da un mollusco o riconoscere una ape domestica. C’è un distacco totale dalla realtà perché manca una cultura di base generale che un tempo esisteva, come quando ci insegnavano di non dare da mangiare agli animali selvatici, cosa che oggi invece devi rispiegare da capo”. Informazioni che oggi spesso non vengono insegnate nemmeno a scuola “perché raramente portano i bambini in natura o perché le scienze vengono fatte imparare a memoria, in maniera monotona. Invece l’ecologia bisogna insegnarla, senza avere paura che in natura qualche bimbo incappi in una zecca”.
Infine, dice il naturalista, per proteggere davvero la biodiversità andrebbe sistemata «la confusione tra ambientalismo e animalismo che tocca perfino la legislazione. Oggi in Italia per proteggere la natura ci muoviamo con i divieti: un laghetto va protetto? Mettiamo i cartelli e non si può più toccare nulla, tanto che un bimbo come si faceva in passato ora non si potrà nemmeno più avvicinare per entrare in contatto con i girini, per conoscere. Poi alla fine il laghetto finisce spesso abbandonato. Invece, servirebbe molta più gestione attiva della natura anziché i divieti”. Forse solo così, e con più studio, riusciremo a comprendere anche un altro grande dramma della biodiversità, “il fatto che alcune specie stanno scomparendo senza motivo e questo accade anche in aree protette. Ripeto, per salvarci, dobbiamo conoscere”.
L’articolo è tratto dal numero di Green&Blue in edicola il 4 giugno, allegato a Repubblica e dedicato al Festival di Green& Blue (Milano, 5-7 giugno)
La partecipazione al G&B Festival è gratuita previa registrazione.