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Far crescere foreste nel Mediterraneo

Giovanni Chimienti
Giovanni Chimienti 

La campagna di Coop per preservare la biodiversità del Mare Nostrum. “Tutto ciò che studiamo quì è unico” dice l’ecologo Giovanni Chimienti che collabora con le cooperative

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“Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma un susseguirsi di paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari”. Raccontava così lo storico Fernand Braudel il “suo” Mediterraneo. Un ecosistema che si tiene in equilibrio da millenni. Oggi, un equilibrio fragile: “Stiamo assistendo agli impatti deleteri di fenomeni globali, come il riscaldamento delle acque, ma anche locali, dall’inquinamento della plastica all’edilizia costiera, fino alla pesca a strascico e agli ancoraggi”, spiega Giovanni Chimienti, ricercatore in Ecologia dell’Università degli Studi di Bari. Chimenti studia gli “ecosistemi di profondità” di tutto il mondo, ma sono soprattutto le coste pugliesi a catturare la sua attenzione: “Il Mediterraneo è un ecosistema isolato e quasi tutto ciò che studiamo qui è unico. Questo rende la sua salvaguardia ancora più prioritaria: se alcune specie si estinguono qui, le abbiamo perse per sempre”, aggiunge.

La posidonia oceanica, ad esempio, è una specie “endemica”, vale a dire presente solo in questa area geografica. È una pianta marina “chiave”, che permette di tenere “in equilibrio” un ecosistema considerato il più ricco in numero di specie del Mediterraneo. Insomma, la sua perdita, a catena, rischia di distruggere tutta la biodiversità associata. “Le praterie di posidonia stanno diminuendo e regredendo”, nota Chimenti. Proprio alla riforestazione di questa pianta marina è dedicata la campagna di Coop per la tutela dei mari, “Foresta Blu”, con il risultato di 300 metri quadri riforestati tra Bergeggi e l’isola d’Elba, un campo boe installato e cinque praterie monitorate nell’Adriatico, di fronte a Monopoli, Torre Guaceto e Savelletri. “In Liguria abbiamo perso più del 50% della superficie di Posidonia rispetto all’inizio del secolo”, racconta invece Monica Montefalcone, professoressa associata di Ecologia dell’Università di Genova, che, dalla sponda opposta, partecipa al progetto di Coop insieme a Chimenti. Ma cosa sta cambiando al di sotto della superficie “bollente” dell’acqua? “Stiamo perdendo specie particolarmente vulnerabili, che vengono sostituite da specie che lo sono meno, le cosiddette termofile. Molte sono specie aliene, che contribuiscono alla tropicalizzazione del Mediterraneo. Tutto ciò ha portato a forti squilibri nella composizione degli habitat costieri. Perdiamo specie ‘strutturanti’ come le gorgonie, sostituite da organismi meno complessi. Questo non solo altera il funzionamento degli ecosistemi, ma ne cambia radicalmente la struttura paesaggistica”.Lo stesso avviene per le praterie di posidonia: “Quando la pianta regredisce, lascia un substrato nudo. Sui ‘buchi vuoti’ lasciati si insediano alghe aliene che, pur non lasciando il fondale completamente spoglio, non hanno lo stesso ruolo strutturante e chiave della pianta”, spiega la professoressa.

I due ricercatori, seppur da due punti geografici diversi, si incontrano su molti punti. Innanzitutto, per entrambe le aree esiste una grande quantità di dati. La fotografia è chiara, preziosa per gli studiosi. Ma quello che manca è una trasmissione su larga scala di questi dati, per sensibilizzare e informare l’opinione pubblica: “Siamo abituati ad amare il mare come una distesa d’acqua, senza renderci conto della ricchezza della biodiversità che c’è sotto. È fondamentale aumentare la consapevolezza dell’esistenza dei paesaggi sommersi. Siamo meno propensi a proteggerli perché non li vediamo, ma bisogna imparare a guardare oltre la superficie”, dice Montefalcone. Un altro punto in comune: attraverso i loro studi sono entrambi testimoni di un “miracolo”: la natura, laddove se ne si prende cura, guarisce. “Nelle aree marine protette stiamo vedendo come le misure di conservazione degli ecosistemi stanno dando i suoi frutti: in alcune di queste, le praterie di posidonia non solo stanno bene, ma si stanno espandendo”, conclude Chimienti.