Festival di Green&Blue 2026
L’intervista

Alex Bellini: “Ci aspetta una nuova rotta”

Alex Bellini: “Ci aspetta una nuova rotta”

“Viaggiare mi ha insegnato che anche nelle imprese più solitarie la resilienza nasce dai legami che costruiamo”. L’esploratore Alex Bellini al G&B Festival

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Nel 2006 Alex Bellini ha attraversato le tempeste da solo. Da allora non ha più smesso di viaggiare per capire il mondo e come lo stiamo cambiando. Al Festival di Green&Blue ha partecipato per raccontare le sue imprese in solitaria, rivelando però che da soli, alla fine, non si va poi tanto lontani.

Oceano a remi: Alex Bellini al Green&Blue Festival 2026

Oceano a remi: Alex Bellini al Green&Blue Festival 2026

A 27 anni ha navigato da Genova a Fortaleza. In questi 20 anni ha esplorato i cinque continenti, com’è cambiato il mondo?

"Venti anni per una persona sono un quarto della sua vita. Per il clima, invece, sono pochissimi. Forse troppo pochi per trarre conclusioni definitive. Dal 2006, però, le esplorazioni polari sull’Artico sono diventate impossibili a causa del ghiaccio sempre più sottile, viaggiare in mongolfiera è sempre più pericoloso per le correnti a getto imprevedibili e alcune comunità inuit sulle coste dell’Alaska sono scomparse con tempeste e inondazioni. Tre indizi ci suggeriscono che forse qualcosa è peggiorato".

Il docufilm “Rotta”, diretto con Francesco Clerici, racconta la traversata oceanica con filmati inediti. Momenti di disperazione e altri di gioia pura. Navigare da soli in mare aperto è un concentrato dell’esistenza umana?

"Lo è. Un giorno sembra un mese e un mese sembra un anno. Tutto è amplificato: paura, gioia, nostalgia, solitudine, speranza. In mare aperto si vive una versione più intensa della vita, perché vengono meno le distrazioni e si resta faccia a faccia con se stessi".

Nel suo nuovo libro “Pensa se non ci avessi provato. Lezioni da un viaggio che vale una vita” scrive di un errore commesso in partenza. Tutti possiamo sbagliare, cadere. Ma cosa vuol dire rialzarsi?

"Nel primo tentativo nel 2004 commisi l’errore molto umano di avere fretta. Le condizioni del mare erano pessime, le peggiori che potessi aspettarmi, eppure avevo così tanta voglia di partire, così tanta paura di deludere gli altri e me stesso, che decisi di ignorarle. Il viaggio durò pochissimo. Dopo un’ora fui costretto a chiamare i soccorsi e tornare a terra. Quel giorno capii che non tutte le partenze sono buone partenze. Quanto al rialzarsi, per anni ho pensato significasse stringere i denti e cavarsela da soli. Oggi credo che non significhi rimettere insieme ciò che si è rotto, ma accettare che qualcosa sia finito e trovare il coraggio di immaginare una direzione nuova. E soprattutto ho capito che nessuno si rialza davvero da solo".

Come la fa sentire osservare il mondo senza filtri, contaminato e ferito, dalle isole di plastica nel Pacifico alle distese di ghiaccio che stanno scomparendo?

"Vivo un forte contrasto tra il me che vuole documentare e testimoniare quasi in maniera distaccata, e la parte di me che sa benissimo di essere concausa del problema. Ma c’è anche un misto di stupore e inquietudine. Stupore perché la Natura, nei suoi cambiamenti, continua a mostrarsi in forme straordinarie. Per quel che riguarda invece l’inquietudine in certi luoghi si capisce che i cambiamenti non sono solo grafici o modelli teorici, ma diventano paesaggi e comunità che si trasformano".

Viaggiare da soli vuol dire anche meditare, per forza. Questi momenti si trasformano in consapevolezza?

"Viaggiare da soli vuol dire soprattutto meditazione. Mi levassero quei momenti di raccoglimento, forse mi toglierebbero la parte più interessante del viaggio. Sicuramente si trasformano in chiarezza. Si distingue meglio ciò che è importante da ciò che è urgente, ciò che posso fare da ciò che devo accettare".

Si definisce “mental coach”. Come si fa a trasformare questa consapevolezza in azione?

"Il mio libro Viaggio a Oblivia (Urra Feltrinelli, 2022) si interrogava proprio su questo. La mia risposta è che la consapevolezza da sola è troppo debole per produrre trasformazione. A muoverci sono le emozioni, le relazioni, le esperienze vissute. Per come la vedo, il problema ambientale non è una crisi ecologica, è soprattutto una crisi di relazione. Abbiamo smesso di sentirci parte del sistema che abitiamo, ci percepiamo osservatori esterni, troppo distanti da quel che vediamo. Per questo il cambiamento reale avverrà solo quando cambierà il modo in cui ci raccontiamo il nostro posto nel mondo".

Il festival parla al plurale e si rivolge a tutti. Credere in noi stessi può davvero aiutarci a rendere il Pianeta un posto migliore?

"Credere in noi stessi è importante, ma non basta. Abbiamo costruito un’intera cultura attorno all’idea dell’individuo che ce la fa da solo. Proprio i viaggi mi hanno insegnato al contrario che anche nelle imprese apparentemente più solitarie, la resilienza è quasi sempre una proprietà della squadra e dei legami che costruiamo. Da qui la domanda un po’ provocatoria: siamo ancora capaci di credere in NOI? Quello che abbiamo davanti è troppo grande per essere affrontato da individui solitari. Penso che il progresso più urgente oggi non sia di carattere tecnologico, ma relazionale".