Serve un “contagio culturale” per affrontare la crisi, sia quella del clima, sia quella di valori e dubbi che mutano in un mondo tuttora ancorato alle fonti fossili. E poi la ricetta è “informarsi”, essere preparati contro le semplificazioni e anche l’attivismo deve “diventare più inclusivo”. Forse solo così, spiega lo scrittore e giornalista Fabio Deotto, tra i protagonisti del Festival di Green&Blue e intervenuto assieme alla biologa marina Mariasole Bianco, troveremo la giusta luce per rimettere sotto i riflettori, con più coscienza e partecipazione, tutti quei temi green che prima il Covid e poi le guerre sembrano aver spedito nel dimenticatoio.
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Tra pandemia e conflitti la crisi del clima appare in secondo piano nonostante i suoi impatti. La preoccupa?
"La marcia indietro, dopo il Covid e le guerre, è evidente. Quella tematica che prima era passata in primo piano è stata rimessa nelle retrovie: è decisamente poco incoraggiante. Ma è anche fuori dubbio però che la situazione geopolitica attuale stia ora davvero sottolineando la dipendenza dal fossile, dal petrolio e ci sono stati incontri positivi come quello di Santa Marta, in Colombia, per decidere su come allontanarsi dalla dipendenza fossile e da un modello economico-produttivo, che mostrano il fatto che provare a smarcarsi dalla dipendenza sia possibile. Io per natura sono comunque ottimista e spero in una reazione. L’essere umano dovrebbe prendere atto dei suoi limiti, anche quelli cognitivi, e del fatto di aver giocato a credito con ecosistemi che oggi presentano il conto. Finora la resilienza del mondo ha permesso di non curarci troppo degli effetti del clima, ma adesso sta diventando visibile: il problema è che la nostra reazione è ancora lenta - nonostante le soluzioni sul tavolo esistano - perché si fatica a trovare volontà politica e unità intenti".
Perché, nonostante scienza ed evidenze, oggi il riscaldamento globale è ancora negato o denigrato?
"Credo ci sia una componente sia biologica sia culturale. Per vari motivi del nostro percorso evolutivo facciamo fatica ad accettare che il nostro mondo possa cambiare in maniera radicale e abbiamo la tendenza a pensare che se cambierà, allora avverrà prima altrove. Poi da anni abbiamo investito emotivamente nei valori di un mondo capitalista basato interamente sulla crescita: cambiare paradigma o allontanarci ci mette più paura rispetto al desiderio di farlo, nonostante il fatto che un mondo capace di affrontare la transizione sarebbe in realtà più sostenibile ecologicamente, economicamente e psicologicamente. Spesso sono queste due componenti a farci negare o essere fatalisti, a pensare che non possiamo farci nulla: per cui è importante rispondere a queste persone nella maniera adeguata".
Come?
"Chi nega o è fatalista rispetto alla crisi del clima non va bersagliato come spesso si fa e nemmeno ridicolizzato, ma compreso: di fronte a un problema così complesso come la crisi climatica, che ti fa mettere in dubbio tutto, la cosa peggiore è infatti stigmatizzare. Invece bisognerebbe tentare di ascoltare e cercare di rispondere nel merito a domande e dubbi. Il tutto con un preciso atteggiamento".
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Quale?
"Argomentare senza porsi come quelli che hanno capito tutto e ti spiegano la vita. La crisi del clima ogni giorno insegna nuove sfaccettature: è meglio non mettersi in cattedra, non far per forza passare concetti dall’alto al basso. Una cosa utile potrebbe essere invece suggerire alle persone di fare ricerche: una volta ho invitato a cercare il concetto di “limiti planetari”, che insegna molto. In tanti mi hanno ringraziato: anziché dare un pasto precotto alle persone, costringendole a mangiarlo, ho provato a dare ingredienti per scoprire da soli le cose. Ha funzionato".
Fino a pochi anni fa a tenere alta l’attenzione sui temi ecologici c’erano milioni di giovani nelle piazze. Oggi come può l’attivismo riprendere slancio?
"L’attivismo climatico c’è ancora ma non ci sono più i numeri delle piazze del 2019. Effettivamente è cambiato: ci sono ora diverse declinazioni di attivismo, a cui purtroppo a volte magari si è risposto demonizzando troppo, penso a Ultima Generazione, per esempio. In un mondo paralizzato per Covid e guerre sembra anche che non ci siano più orecchie disposte ad ascoltare e questo ha ridotto le persone in piazza, ma non la speranza per un cambiamento. Lo stesso attivismo, dunque, per rilanciarsi potrebbe cambiare ed essere più inclusivo: allargarsi a categorie toccate dalla crisi del clima, penso agli agricoltori per esempio, che sono i primi a rendersi conto del problema. Bisogna unirsi anziché restare segmentati. E poi serve più contagio".
Contagio?
"Sì. Io consiglio a tutti coloro che vogliono impegnarsi per clima e ambiente di informarsi quotidianamente e poi parlare con chi ci sta attorno perché, per attrezzarsi ed essere pronti anche a smontare le semplificazioni su questi temi, è necessario il “contagio debole” come lo chiama il sociologo Damon Centola, un metodo efficace per diffondere cultura".