Salute

A lezione di respiro con l’apneista dei record Umberto Pelizzari

Umberto Pellizzari (Foto Ansa)
Umberto Pellizzari (Foto Ansa) 

È stato primo a raggiungere i 150 metri di profondità, ha fatto delle tecniche di respirazione un mestiere

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Respirate lentamente per allentare tensione e stress. Inspirare ed espirare sono atti che accompagnano dall’inizio della nostra vita, ma la maggior parte di noi non fa bene quest’azione che dovrebbe essere semplice. E questo accade circa 20.000 volte al giorno. “Il respiro è la forma più importante di vita, perché possiamo stare qualche giorno senza bere e mangiare, ma solo pochissimi minuti senza respirare. Per molti è un’azione scontata, ma se la facciamo nel modo corretto possiamo contrastare molti disturbi o patologie”, spiega Umberto Pelizzari, fra i più importanti apneisti a livello internazionale e il primo a raggiungere i 150 metri di profondità. E che su questo tema ha appena pubblicato, insieme a Daniela Lucangeli, il libro: “Vite in apnea” (editore Sperling&Kupfer).

Pelizzari, lei ha fatto delle tecniche di respirazione un mestiere. Perché sbagliamo quando respiriamo?

“La prima cosa da fare è respirare con il naso. In questo modo, la lingua resta appoggiata sul palato e l’aria si muove verso i polmoni nelle migliori condizioni, cosa che non avviene invece se apro la bocca. Sembra difficile, ma ci si può abituare. Posso provare a farlo con un pezzo di scotch di carta sulla bocca. Dopo un’oretta mi sarò abituato a usare solo il naso. Inoltre, dobbiamo immaginare, respirando, di muovere il meno possibile la parte alta del torace, e usare quella bassa. In inspirazione si deve muovere la parte addominale. Se inspiro col torace si crea una situazione di stress che è collegata a vari disturbi: nel tempo, possono emergere problemi alla schiena, nella zona lombare, alla cervicale o alle spalle”.

Respirare bene può contrastare anche situazioni stressanti?

“Se sono in tensione perché devo, ad esempio, affrontare un colloquio di lavoro, devo cercare di concentrarmi su di me e rendere l’espirazione più lunga possibile. Questo aiuta il sistema nervoso parasimpatico, che, una volta attivato, favorisce il rilassamento mentale e fisico. Ogni volta che ho paura, per evitare che si scateni l’ansia o lo stress, devo tornare sul mio respiro”. Che cosa le ha insegnato l’apnea? “Quando si fa apnea, si apre la possibilità di sentire il proprio corpo in modo diverso. Mi piace la definizione di un manager che seguiva un corso con noi e faceva una vita molto stressante. Diceva: “Quando sono in acqua è come se aprissi le finestre del mio corpo e tornassi su di me. Mi rigenero””.

A cosa pensa quando sta in fondo al mare?

“Quando si sogna a volte si riesce a ricordare, altre volte no. Accade la stessa cosa quando ci si trova in fondo al mare: si abbandona il proprio corpo. Il mio resta nella testa che continua a tenermi collegato al mondo. Quando risaliamo dopo l’immersione, tutto il corpo riemerge e riprendiamo a respirare. Così torniamo a essere terrestri, come quando nasciamo”.

L’apnea può essere utile per i bambini, soprattutto quando hanno un problema di salute

“Mi piace raccontare la storia di Raphael, un bambino con Adhd che ha sempre avuto problemi a scuola e in tutti gli sport. Anche al corso di nuoto veniva preso in giro dai compagni ma con l’apnea tutto è cambiato. E’ cresciuto molto grazie a questa disciplina. Ora sta prendendo controllo del suo corpo e della sua mente. Supera le sue difficoltà. Anche molti bambini con malattie neuromuscolari seguono corsi di apnea con risultati positivi”.

Le tecniche legate al respiro e l’apnea sono utili anche per altri sport?

“Nello sport tutto ruota intorno alla respirazione. Se usata correttamente, nella corsa o nel nuoto, aiuta la performance. Quando nuoto devo imparare a espirare sott’acqua. Bisogna riprendere complicità con l’acqua perché per l’uomo è un elemento naturale, amico”.

La meditazione si basa molto sulle tecniche di respirazione

“Mi è servita molto nel mio percorso. Si utilizza l’ispirazione e l’espirazione con un rapporto di 1 a 2. Questo ci fa immergere nella pace, nella tranquillità, all’introspezione”.

Quando affrontava le gare importanti come riusciva a concentrarsi?

“Anche qui respirando, visualizzando mentalmente tutti i sacrifici degli ultimi mesi, ripensando a tutto quello che si era fatto nel lungo programma di allenamento. All’epoca non esisteva il mental coach, diffuso oggi tra gli atleti. Ho trovato da solo dei piccoli ‘trucchi’ per affrontare le gare. Mi dicevo: se sei riuscito negli allenamenti riuscirai anche questa volta”.