Salute

Gli amici? Fanno bene (anche) alla salute

Gli amici? Fanno bene (anche) alla salute

Una vita sociale ricca e appagante è il miglior rimedio contro molti disturbi non solo mentali ma anche fisici. Come il sonno e l’attività fisica

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Una telefonata inaspettata di un amico, un’intervista con un ricercatore brillante: conosciamo bene la potenza di una conversazione, capace in pochi minuti di spazzare via le nubi nere dalla nostra mente e farci ripartire di buon umore e con energia. Questi effetti benefici si sommano e la scienza conferma che una vita sociale ricca e appagante è il miglior rimedio contro molti disturbi mentali ma anche fisici.

“Chi ha contatti sociali più frequenti presenta anche meno rischi di sviluppare demenza, insufficienza cardiaca, diabete, depressione e ansia. È stato dimostrato che il supporto che otteniamo dalla nostra rete sociale ci rende più resistenti allo stress e aumenta la nostra tolleranza al dolore”. A dirlo è il neuroscienziato statunitense Ben Rein, autore del saggio Il cervello ha bisogno di amici in uscita in Italia per Castelvecchi il 30 gennaio. Un percorso che, attraverso psicologia e neuroscienze, fornisce una mole notevole di evidenze scientifiche, con bibliografia a fondo pagina per i più scettici, sull’importanza delle nostre vite sociali per la salute fisica e il benessere mentale, insomma per la nostra esistenza. Certo, puntualizza il neuroscienziato, anticipando il lettore più attento: “Semplicemente, non siamo abituati a pensare alle nostre vite sociali in questi termini… ma dovremmo”.

I principali vantaggi delle relazioni

Da neuroscienziato che si occupa della biologia del comportamento sociale, Rein dice: “Sono convinto che i legami sociali abbiano la stessa importanza degli altri pilastri della salute come l’attività fisica, il sonno, la nutrizione. Eppure, continuiamo a non dare loro il peso che si meritano”. Colpa anche di una scarsa conoscenza da parte del grande pubblico del funzionamento del nostro sistema nervoso centrale. Dovremmo capire che la connessione sociale è un pilastro della salute i cui principali benefici biologici sono la riduzione dell'infiammazione cronica; l’aumento della propria riserva cognitiva, perché le interazioni sociali sono paragonate a una vera e propria palestra per il cervello; una maggior tolleranza al dolore fisico, grazie alle endorfine rilasciate alla presenza di amici; ma, soprattutto, una maggior longevità come confermano alcuni studi.

Trovare la dose giusta

Le interazioni sociali inducono il cervello a rilasciare sostanze chimiche gratificanti. Eppure, ciascuno di noi si colloca in un punto diverso di quello spettro continuo che va dalla timidezza all’estroversione. Quindi, per quanto evolutivamente plasmati per essere sociali, alcuni di noi genuinamente preferiscono stare soli. “Credo che il cervello di ognuno abbia un "punto di riferimento sociale", un livello preferito di interazione sociale in cui ottenere i massimi benefici senza esagerare” ci spiega Rein che usa un’analogia vegetale. Gli estroversi sono come piante assetate, hanno bisogno di essere annaffiate spesso. Al contrario, gli introversi necessitano di acqua solo occasionalmente, altrimenti morirebbero. “È importante soddisfare le esigenze individuali del proprio cervello, con la giusta quantità di interazione” ci spiega l’autore, che nel libro propone un test di valutazione dell’estroversione. Tuttavia, nessuna pianta sopravvive senza acqua. Anche gli introversi devono sforzarsi di mantenere un minimo contatto sociale per la salute cerebrale. La solitudine prolungata, infatti, altera la percezione delle relazioni, spingendo il cervello a focalizzarsi solo sugli aspetti negativi.

Ecco la “dieta sociale”

Gli studi di Joshua Crapser e di Louise McCullogh dell’università di Houston in Texas hanno mostrato i danni fisici che l'isolamento sociale infligge al cervello, riducendo addirittura la capacità di ripresa dopo un ictus. L’isolamento agisce come una forma di stress cronico. Eppure, non è tutto idilliaco. “Senza dubbio, le relazioni sociali possono creare un'enorme quantità di disagio, probabilmente più di qualsiasi altro aspetto della società moderna. Questo, ovviamente, non ci fa bene” ammette l’autore, che puntualizza: “Gran parte dei benefici che la nostra vita sociale apporta alla salute deriva dal senso di comunità e cameratismo che proviamo. Essere rifiutati, abusati e vittime di bullismo aumenta il livello di stress. È importante che ognuno di noi crei la propria "dieta sociale": come si evitano cibi che scatenano reazioni spiacevoli nell'intestino, credo che sia giusto evitare relazioni che scatenano rabbia, frustrazione e tristezza”.

Dalla biochimica al comportamento

Il libro ricorda l’importanza per la vita quotidiana delle acquisizioni della ricerca, in questo caso neuroscientifica, da conoscere per poter decidere consapevolmente delle proprie azioni. Ma come fare? “Sembra che soffriamo a livello globale di divisioni e polarizzazioni tossiche. Molte forze moderne, politiche e di altro tipo, stanno capitalizzando sul nostro bisogno primordiale di formare tribù e dividere "noi" da "loro". Siamo predisposti a questo tipo di sfiducia. La scienza mostra che i sistemi cerebrali che controllano l'empatia si acquietano quando percepiamo che qualcuno è diverso da noi e diventiamo meno capaci di comprenderne emozioni e sensazioni. Questa capacità di disumanizzare i gruppi esterni era un tempo utile per gli esseri umani, non più nella società moderna. Non potendo cambiare l'hardware con cui siamo nati, la cosa migliore da fare è essere consapevoli di queste tendenze”.