Salute

Non solo forza, ma anche emozioni: così lo sport ci trasforma

Non solo forza, ma anche emozioni: così lo sport ci trasforma

Le Olimpiadi sono l’occasione per riscoprire i poteri dell’esercizio fisico. Anche i dilettanti possono imparare dai campioni. Lo svela la mostra “Oltre il traguardo. La scienza che muove lo sport” al Museo delle Scienze di Trento

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Come un ingranaggio a doppia trazione, lo sport potenzia i circuiti neuronali e allo stesso tempo rafforza i meccanismi fisiologici di adattamento fisico, influenzando mente e corpo nella stessa direzione, quella della salute e del benessere: così si ricalibrano emozioni e pensieri, forza e resistenza.

È così che possiamo andare oltre. E “Oltre il traguardo. La scienza che muove lo sport” è il titolo della nuova mostra interattiva del MUSE, il Museo delle Scienze di Trento, che, fino al 27 settembre, svela ciò che contribuisce alle super-prestazioni olimpiche, dalle capacità fisiche e mentali fino all’innovazione tecnologica. D’altra parte, sport e scienza vanno a braccetto dai tempi di Pitagora, autore delle prime tabelle di preparazione atletica e nutrizionale grazie alle quali il genero, Mileto di Crotone, considerato il più grande lottatore della classicità, deve le sue vittorie. Oggi la ricerca porta alla luce i segreti dell’allenamento perfetto e ne mostra il potenziale trasformativo, grazie a principi come l’autostima, la disciplina e la gestione dello stress.

Passione e socialità

“Per usare le parole dell’antropologo Marcel Mauss, lo sport è un fenomeno sociale globale”, spiega il co-curatore della mostra Paolo Crepaz, medico dello sport e delegato provinciale per il Trentino della Federazione medico sportiva italiana Fmsi. “Eventi come le Olimpiadi accendono motivazioni nelle persone e le accompagnano verso un miglioramento della qualità della vita, sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista psicologico e relazionale”.

Accade anche grazie alle storie di coraggio degli atleti e dei loro oggetti emblematici: un esempio è la bicicletta Colnago Y1Rs gialla, usata da Tadej Pogačar per l’ultima tappa del Tour de France nel 2025 ed esposta al MUSE. Assistere alle prove di sport accende la passione: un esempio è Stefania Belmondo, nel 1992 primo oro femminile italiano nella storia olimpica del fondo. Non c’è italiano che abbia vinto più di lei sulla neve. Nel 2002, a Salt Lake City, fu protagonista di una rimonta mozzafiato, nonostante la rottura di un bastoncino: conquistò un altro oro, battendo in volata la russa Larisa Lazutina. “A me bastava non mollare”, ha detto Belmondo di quella 15km.

Ma c’è anche chi si gioca anni di vita e di allenamenti per una manciata di secondi, come il canoista Daniele Molmenti, medaglia d'oro nel K1 slalom a Londra 2012, con il tempo di 93,43 secondi.

Non è mai troppo tardi

“L'attività fisica motoria e lo sport offrono la possibilità di stare in salute e di migliorarsi, mentre la dimensione agonistica consente di sfidare sé stessi e gli altri, l’ambiente e il tempo che passa: è una delle realtà più affascinanti”, sottolinea Crepaz. Lo sport, così, diventa l’occasione per una svolta nella propria vita, bisogno che tende a farsi impellente quando l’età avanza. Non a caso si parla di “Mamil”: è l’acronimo inglese di “middle aged man in lycra”, individui che d’improvviso scoprono i benefici dello sport, mettendosi in sella a biciclette costosissime.

“Non è mai troppo tardi per iniziare. Il nostro corpo è come un’auto che compie certi servizi ma inizia a invecchiare - spiega il medico dello sport -. Siamo noi a stabilirne il destino, agendo per migliorarne forza, resistenza, destrezza. Che cosa c’è di più bello che potersi prendere cura del proprio corpo e vederlo evolvere con la pratica sportiva?”.

Fattore protettivo

“Lo sport è all’origine di meccanismi preventivi e protettivi rispetto allo sviluppo di disturbi della percezione della propria immagine corporea”, aggiunge Gianluca Esposito, scienziato cognitivo responsabile del laboratorio Addiction Science Lab del dipartimento di psicologia e scienze cognitive dell'Università di Trento e membro del Comitato scientifico della mostra. “Gli sport che sembrano essere maggiormente protettivi rispetto alla dismorfia corporea sono le arti marziali giapponesi, come Budo e Aikido, gli sport di squadra e alcuni sport individuali come il tiro con l’arco: sono tutte discipline che richiedono una forte componente mentale e che incoraggiano la percezione del proprio corpo come parte di un sistema più ampio”.

Liberi tutti

Un problema di percezione della propria immagine corporea è spesso all’origine di una maggior vulnerabilità nella comparsa di disturbi alimentari e legati all’uso di sostanze. Ciò è vero anche nell’ambiente sportivo agonistico e ricreativo. Soprattutto tra gli amatori - dice il ricercatore - il consumo è drasticamente aumentato negli ultimi anni. “Indaghiamo i processi decisionali sottostanti, perché se un atleta di professione cerca nel doping un vantaggio competitivo, e quindi un guadagno anche economico, vogliamo capire perché gli amatori mettono a rischio la propria salute con sostanze non controllate, come integratori acquistati online di cui non si conoscono bene gli effetti”.

Questioni quanto mai importanti in un momento in cui “compaiono correnti di pensiero che vanno esattamente contro quello che dovrebbe essere lo spirito sportivo”, dice Esposito, menzionando gli Stati Uniti: qui Trump jr. e altri sostengono gli Enhanced Games, previsti per maggio 2026 a Las Vegas: presentati come alternativa alle Olimpiadi, consentono l'uso di sostanze dopanti e sfidando le regole dell’agenzia mondiale anti-doping Wada.

Dagli élite agli amatori

Ci sono ambiti in cui la tecnologia, come nello sci o con le protesi per gli atleti con disabilità, è decisiva nelle prestazioni. Ma dell’innovazione tutti ormai beneficiano. Un esempio: nella corsa una soletta in carbonio può far guadagnare fino a 30-40 secondi in una maratona a un professionista e ben 8-10 minuti a un amatore. “Il progresso, sia tecnologico nei materiali sia di conoscenze in termini di programmazione dell’allenamento, coinvolge anche gli atleti amatoriali e, infatti, si osserva un generale miglioramento delle prestazioni”, sottolinea Roberto Modena del Ce.Ri.S.M. Centro di Ricerca “Sport, Montagna e Salute” dell’Università di Verona: al MUSE ha contribuito alla realizzazione di un’area dedicata ai test di valutazione funzionale.

Restano, comunque, dei rischi. “Per gli atleti amatoriali è non ascoltare il proprio corpo, non essere davvero pronti e chiedere troppo a sé stessi rispetto alle proprie condizioni fisiche. Negli atleti, invece, il rischio è non trovare l’equilibro tra lo stimolo per allenarsi e il sovrallenamento, specialmente nelle discipline di endurance, in cui lo sforzo è molto elevato”.

Per tutti, comunque, “lo sport è anche una metafora della vita e, quindi, una scoperta di sé stessi e dei propri limiti”, conclude Crepaz. C’è un’ottima notizia: “Le capacità coordinative, la cosiddetta destrezza, la forza e la velocità sono molto più allenabili in età giovanile. Un regalo che la natura ci fa è che le qualità di resistenza, invece, sono sollecitabili fino alla fine della nostra vita”.