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Obesità clinica: la nuova definizione identifica meglio i pazienti a rischio

Obesità clinica: la nuova definizione identifica meglio i pazienti a rischio

Diverse ricerche stanno confermando l’utilità diagnostica della nuova definizione di “clinical obesity” proposta dalla Lancet Commission: identifica i rischi individuali meglio del semplice calcolo del Bmi

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L’obesità è una malattia, e come tale merita una definizione formale che, al pari di quella delle altre patologie croniche, renda conto dei danni che provoca il tessuto adiposo agli organi e ai tessuti del nostro organismo. È con questa impostazione che a febbraio la Lancet Diabetes & Endocrinology Commission ha proposto nuovi criteri diagnostici che identificano due forme di malattia, obesità clinica e obesità pre-clinica, caratterizzate non da una generica valutazione dal peso, ma più precisamente dalla quantità di tessuto adiposo in eccesso e dalla presenza, o meno, di disfunzioni d’organo. E a meno di un anno dalla pubblicazione della nuova definizione, diverse ricerche sembrano dare ragione agli esperti della Lancet commission: la più recente è uscita a fine ottobre su Jama, e conferma che i pazienti che soddisfano i criteri diagnostici dell’obesità clinica hanno una mortalità molto più elevata rispetto a chi ha un’obesità pre-clinica, o obesità diagnosticata con il semplice calcolo dell’indice di massa corporea (Bmi).

Restituire dignità alla patologia

“La definizione della Lancet Commission riconosce un’obesità clinica che contiene tutte le caratteristiche patologiche che prima venivano chiamate complicanze, e che oggi identifichiamo invece come conseguenze della malattia ‘obesità’”, spiega Roberto Vettor, direttore scientifico e coordinatore clinico del centro per le malattie metaboliche e della nutrizione di Humanitas. “Pensiamo ad esempio alle apnee ostruttive del sonno, all’incontinenza urinaria nelle donne, o alla steatosi epatica, disturbi che spesso sfuggono alle indagini del medico quando si pensa di fare la diagnosi mettendo semplicemente il paziente sulla bilancia. Con la nuova definizione clinica rientrano nella checklist diagnostica, e così diamo finalmente all’obesità la stessa dignità che hanno altre malattie croniche: ad un diabetico è normale che venga controllato il piede, che si faccia attenzione alle alterazioni vascolari, ai problemi retinici. Deve essere lo stesso anche per l’obesità”.

La distinzione tra obesità clinica e pre-clinica aiuta a valutare a 360 gradi lo stato di salute delle persone con obesità. Ma è anche un modo per cercare di identificare con più precisione i pazienti a maggior rischio, per i quali una perdita tempestiva di peso può tradursi con più probabilità in un vantaggio in termini di salute. E come dicevamo, le ricerche effettuate negli ultimi mesi hanno confermato l’utilità della nuova definizione anche in questi termini.

Lo studio

La ricerca pubblicata su Jama, ad esempio, ha valutato in che modo varia la mortalità dei pazienti in relazione alle due possibili definizioni di obesità: quella tradizionale, che parla di sovrappeso per Bmi sopra 25, e obesità sopra 30; e la nuova definizione che identifica invece l’obesità pre-clinica con l’eccesso di tessuto adiposo in assenza di disfunzioni d’organo, e l’obesità clinica come eccesso di tessuto adiposo associato ad almeno una disfunzione attribuibile all’eccesso ponderale.

Gli autori hanno classificato in questo modo oltre 500mila persone utilizzando i dati contenuti nella UK Biobank: il 36% è risultato affetto da obesità preclinica, e il 15% da obesità clinica. Hanno quindi analizzato la mortalità tra i partecipanti in un periodo di oltre 15 anni (dal 2006 al 2022), verificando in questo modo quanto le differenti diagnosi fossero collegate ad un aumento del rischio di morte prematura. I risultati hanno confermato che obesità clinica e pre-clinica permettono effettivamente di stratificare meglio il rischio personale dei pazienti, rispetto alla definizione classica: in relazione ai normopeso, i partecipanti con obesità pre-clinica avevano infatti una mortalità superiore del 16% e quelli con obesità clinica superiore del 56%, mentre guardando solo al Bmi la mortalità per gli obesi aumentava del 36%, e il sovrappeso non risultava associato ad aumento del rischio.

Come cambia la terapia?

I risultati dello studio confermano dunque che l’utilizzo della nuova definizione di obesità proposta dalla Lancet Commission permette una migliore stratificazione del rischio. E a detta degli autori dello studio, potrebbe anche aiutare a risolvere il cosiddetto “paradosso dell’obesità”, cioè il fatto che alcune persone con obesità mostrino in realtà una mortalità inferiore rispetto a quella dei normopeso: probabilmente, si tratta di persone che presentano un indice di massa corporea elevato, ma nessuna delle disfunzioni d’organo causate dall’obesità che rappresentano un rischio per la salute.

Sul piano pratico, questo vuol dire che l’obesità clinica offre ai medici uno strumento per valutare quali pazienti devono iniziare tempestivamente una terapia per la riduzione del peso, e quali corrono invece rischi minimi. “Con la clinical obesity abbiamo uno strumento per valutare l’urgenza del trattamento – conclude Vettor – identifica i pazienti a cui non puoi dire ci rivediamo tra sei mesi, ma che devono iniziare immediatamente una terapia farmacologica, o chirurgica, ovviamente nell’ambito di una presa in carico multidisciplinare che prevede anche dieta, esercizio fisico e altri interventi. Una persona con obesità pre-clinica invece ha un rischio paragonabile a quello di un normopeso, e ci si può quindi limitare a monitorarla, con la consapevolezza però che si tratta comunque di pazienti da tenere d’occhio con cura, perché hanno un alto rischio di evolvere verso l’obesità clinica.