La diffusione degli analoghi di Glp-1 per il trattamento dell'obesità non sta cambiando solo la medicina, ma anche la società, e non sempre nei suoi aspetti più positivi. Se un tempo, infatti, era il grasso ad essere causa di stigma, oggi anche il dimagrimento può esporre a pregiudizi e censure, quando è percepito come frutto non di fatica e forza di volontà – riservate a chi perde peso con dieta ed esercizio – ma piuttosto della presunta “scorciatoia” rappresentata dai farmaci. Un atteggiamento ingiusto e dannoso, ma purtroppo estremamente diffuso, come testimonia una ricerca condotta dai ricercatori della Georgetown University, e pubblicata sulla rivista Stigma & Health.
Il mito della forza di volontà
Gli autori dello studio hanno analizzato le reazioni di 402 donne americane con obesità o sovrappeso, poste di fronte a due diversi scenari di dimagrimento: una donna (che poteva essere bianca o nera) che aveva perso il 15% del peso corporeo grazie ad un programma di dieta e allenamento fisico, o una (anche questa bianca o nera) dimagrita allo stesso modo ma utilizzando i farmaci dimagranti di nuova generazione. I risultati mostrano che l'uso di analoghi di Glp-1 genera livelli più alti di stigma, in particolare sentimenti come la “grasso-fobia”, l’antipatia e il desiderio di esclusione sociale. E che questo accade perché la terapia farmacologica viene percepita come una scorciatoia facile, che rende inutili gli sforzi e l’impegno che la società ritiene tradizionalmente necessari per la perdita dei chili in eccesso.
Un dato inaspettato emerso dalla ricerca riguarda una differente percezione dell’utilizzo dei farmaci basate sul colore della pelle di chi ne fa uso. Lo stigma, infatti, è risultato significativamente più alto quando la donna descritta negli scenari era bianca rispetto a quando era nera. Nello specifico, le donne bianche che utilizzano farmaci Glp-1 sembrano avere maggiori probabilità di essere accusate di aver preso una “scorciatoia”. Secondo gli autori, questo suggerisce che le narrazioni sociali sul corpo e sulle aspettative di gestione del peso non sono uniformi, ma si intrecciano con pregiudizi razziali preesistenti che influenzano il giudizio morale sulla salute.
Le conseguenze sulla salute mentale
Lo stigma legato al peso non è solo una questione di psicologica, ma ha riflessi concreti sul benessere dei pazienti. La vergogna e il senso di colpa indotti dal giudizio altrui sono collegate a stress, depressione e ansia, e possono scoraggiare le persone dal cercare cure basate sull'evidenza scientifica. “L'obesità comporta molti pericoli per la salute, tra cui un aumento del rischio di cancro, diabete e malattie cardiache”, sottolinea Stacy Post, ricercatrice della Georgetown University che ha collaborato allo studio. “Le scelte terapeutiche dovrebbero essere guidate dalla salute, non dai giudizi su come qualcuno gestisce il proprio peso. Ridurre lo stigma significa sfidare l'idea che esista un unico modo giusto per dimagrire, basato solo sulla forza di volontà, specialmente per le donne, che affrontano un intenso scrutinio sociale legato all'aspetto fisico e alle dimensioni del corpo”.
Per contrastare questa tendenza a considerare i farmaci dimagranti come una scorciatoia, i ricercatori ritengono importante puntare su una comunicazione scientifica che spieghi il funzionamento biologico dei Glp-1. L'obiettivo dovrebbe essere spostare il dibattito dal piano morale, a quello della medicina: l'obesità è una condizione complessa che richiede interventi multidisciplinari, e l'uso di supporti farmacologici non dovrebbe essere considerato meno legittimo degli approcci basati sullo stile di vita. Ridurre lo stigma significa quindi far passare il messaggio che non esiste un unico modo giusto per perdere peso e che le decisioni terapeutiche dovrebbero essere guidate dai risultati clinici, non dai giudizi esterni sulla forza di volontà.