Obesità e sovrappeso compromettono la salute cardiometabolica, e riducono in questo modo la qualità e la durata potenziale della nostra vita. Non basta però la bilancia per dirci se, e quando, qualcosa non va: non è infatti il peso in astratto il problema, ma piuttosto l’accumulo di tessuto adiposo in alcune specifiche aree del corpo. E in effetti, un nuovo studio rivela che l’indice di massa corporea (Bmi), che mette in relazione peso e altezza per valutare la presenza di eccessi ponderali, da solo non è sufficiente per stimare con precisione il rischio di mortalità nelle persone anziane: sarebbe piuttosto la circonferenza della vita, un indicatore dell’obesità addominale, il miglior indicatore con cui prevedere la longevità.
L’effetto del grasso viscerale
La ricerca, pubblicata sul Journal of the American Geriatrics Society, ha analizzato per oltre un decennio (dal 2011 al 2024) un campione di 6.905 adulti over 65 anni arruolati nel National Health and Aging Trends Study. Monitorando le variazioni temporali del peso e della conformazione corporea, gli autori hanno confermato che un’elevata circonferenza vita – superiore a 101 centimetri (40 pollici) negli uomini e a 88 (35 pollici) nelle donne – si associa a un incremento del rischio di mortalità del 24% rispetto a chi presenta valori inferiori, indipendentemente dal valore del Bmi. Per ogni aumento di circa 12 centimetri (5 pollici) nella misura del girovita è emerso inoltre un rialzo statisticamente significativo della probabilità di decesso per qualsiasi causa sia nel sesso maschile sia in quello femminile.
Il paradosso del Bmi
Quando gli esperti hanno valutato l’indice di massa corporea da solo, sono emersi risultati apparentemente controintuitivi: gli individui sovrappeso o con obesità di classe I e II mostravano una mortalità inferiore rispetto ai coetanei con un Bmi normale. Come spiegato dagli autori dell’indagine, è probabile che i risultati non indichino un effetto protettivo del grasso in eccesso, ma piuttosto i limiti intrinseci dell’indice di massa corporea nella valutazione degli effetti del peso sulla salute.
Il Bmi si limita infatti a rapportare il peso globale all’altezza, senza distinguere la massa magra (i muscoli) dalla massa grassa, né tanto meno la localizzazione di quest’ultima. Ed è noto che è l’accumulo adiposo a livello addominale e viscerale a produrre uno stato infiammatorio cronico che risulta metabolicamente dannoso, mentre la conservazione della massa muscolare negli anni avanzati costituisce un fattore protettivo essenziale: nello studio, le persone sottopeso (con Bmi inferiore a 18,5) avevano infatti un rischio di mortalità quasi raddoppiato.
Una valutazione più accurata
Come interpretare quindi i risultati? Di certo, non come un invito a prendere peso o a considerare l’obesità priva di conseguenze nella terza età. I ricercatori invitano piuttosto a considerare lo studio come una conferma della necessità di valutare lo stato fisico degli anziani con analisi più approfondite del semplice calcolo dell’indice di massa corporea, come indicato di recente anche dalla commissione Lancet che ha coniato la nuova definizione di obesità clinica.
La valutazione della circonferenza della vita offre quindi un dettaglio importante per stimare il rischio di mortalità nella terza età. Ma non basta: gli autori dello studio vogliono ora valutare la possibilità di integrare misurazioni dirette della composizione corporea – come la densitometria ossea ad assorbimento di raggi X (DEXA) o la bioimpedenziometria – per definire con ancora maggiore dettaglio l’impatto relativo della massa magra e della distribuzione adiposa sulla longevità.