Il digiuno intermittente è una strategia alimentare che può avere effetti positivi sul metabolismo, aiutando a perdere peso, e migliorando il controllo di parametri metabolici come glicemia e colesterolo. Ogni età della vita, però, ha le sue peculiarità. E quello che può far bene da giovani non è per forza benefico anche da anziani. Anzi: un nuovo studio del Karolinska Institutet, pubblicato sul Journal of Internal Medicine, indica che negli over 60 più si prolungano gli intervalli tra un pasto e l’altro, più rapido è l’accumulo di patologie croniche.
La ricerca
L’indagine ha analizzato le abitudini alimentari e lo stato di salute di quasi 3.000 adulti sopra i 60 anni residenti nell’area metropolitana di Stoccolma. I partecipanti sono stati seguiti per un periodo di 15 anni, monitorando l’intervallo medio tra un pasto e il successivo utilizzando dei questionari sull’alimentazione nell’arco delle 24 ore.
Mettendo a confronto i dati sul lungo periodo, l’analisi ha evidenziato una differenza netta tra i soggetti con intervalli quotidiani senza cibo compresi tra 6 e 11,5 ore e quelli che presentavano pause alimentari più estese, tra le 14 e le 24 ore. In quest’ultimo gruppo, il tasso di accumulo di patologie croniche è risultato significativamente più accelerato, un fenomeno che si è rivelato marcato soprattutto nei soggetti sopra i 78 anni.
I meccanismi biologici e le vulnerabilità nutrizionali
“Molte ricerche sul digiuno sono state condotte su giovani e persone di mezza età”, spiega Adrián Carballo Casla, ricercatore dell’Aging Research Center del Karolinska Institutet che ha partecipato allo studio. “I nostri risultati suggeriscono che gli effetti possono essere differenti nelle persone anziane, in particolare tra le fasce d’età più avanzate”.
Esistono diverse possibili spiegazioni del perché prolungare l’intervallo tra i pasti possa risultare dannoso nella terza età. Con l’avanzare dell’età, la capacità di assimilare nutrienti si riduce, e quindi concentrare l’alimentazione in una finestra temporale ridotta può rendere difficile raggiungere il fabbisogno giornaliero di proteine e micronutrienti, anche quando il consumo totale è teoricamente adeguato. Inoltre, le pause prolungate possono causare oscillazioni marcate nei livelli di glucosio ematico, con rischi aggiuntivi per i soggetti sottoposti a terapie farmacologiche per malattie metaboliche o diabete, e possono influenzare la composizione del microbiota, compromettendo ulteriormente l’assorbimento di nutrienti.
Letture diverse
Va detto però che sono possibili diverse letture alternative dei risultati, che lo studio non può smentire per la natura osservazionale dell’indagine. Gli intervalli prolungati tra i pasti potrebbero ad esempio riflettere condizioni preesistenti, quali inappetenza, mobilità ridotta, solitudine o fasi già avanzate di altre patologie, che mettono a rischio di soffrire di un numero maggiore di malattie croniche. Gli stessi autori sottolineano quindi che i risultati non vanno intesi come una dimostrazione che il digiuno sia intrinsecamente dannoso per tutti gli anziani, ma piuttosto come la conferma che la nutrizione geriatrica richiede un approccio personalizzato, in cui la frequenza dei pasti sia calibrata sulle reali capacità di apporto calorico e proteico dell’individuo.