Il Gusto

Nelle Langhe il destino di un ambizioso Dolcetto

Nelle Langhe il destino di un ambizioso Dolcetto
Nato come vino da tuttii giorni, semplice, fruttato e immediato (e anche abbordabile per tutte le tasche), proviene invece da un vitigno di difficile coltivazione.. Vulnerabile e volubile, non ama gli eccessi né di acqua né di sole,
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Arrivi a Dogliani che hai lasciato Monforte d' Alba e suoi possenti Barolo poche curve più indietro. Meno di dieci minuti di auto ma già cambia la vegetazione, l'architettura degli edifici. Non è un luogo qualsiasi, Dogliani. Quì sono nati, o si sono fermati, personaggi di spessore. Un nome per tutti è Luigi Einaudi, secondo, cronologicamente, come Presidente della Repubblica ma, probabilmente, primo a credere nel potenziale del Dolcetto doglianese, visto che l' azienda viticola da lui fondata è ancora ben presente e attiva nel territorio.

Ed eccoci, appunto, al Dolcetto, che proprio a Dogliani riconquista rispetto e nobiltà. Le attenzioni dei vignaioli sono tutte per lui, i sorì e i bric gli sono dedicati e non gli vengono più usurpati dal nebbiolo. Curioso e contraddittorio è il destino di questo vino. A partire dal nome che, ai profani, suggerisce l'idea di un vino da dessert ed è, al contrario, un rosso riconoscibile per i tratti talvolta leggermente amarognoli del suo finale gustativo; dà il titolo a ben sei doc e docg (Acqui, Alba, Asti, Diano d' Alba, Ovada, oltre a Dogliani) sembrando così contesissimo ma in realtà è spesso sottostimato. Nato come vino da tuttii giorni, semplice, fruttato e immediato (e anche abbordabile per tutte le tasche), proviene invece da un vitigno di difficile coltivazione. Vulnerabilee volubile, non ama gli eccessi né di acqua né di sole, germoglia tardi e matura presto.

Come conciliare allora questi contrastie rendere la coltivazione del dolcetto comunque remunerativa? Forse non destinandolo solo a svolgere la funzione di vino quotidiano. Ma disquisire sul fatto che il Dogliani debba essere un vino ambizioso, da lungo affinamento o giovanile, di facile beva e comprensione, è un esercizio davvero poco appassionante e per niente risolutivo. In fondo il vino a Dogliani non si presta ad essere banalmente catalogato, non ha da rincorrere le mode, ha una sua essenza, una sua specificità, perfino l' individualismo innato in ogni viticoltore può assumere qui una forma più evoluta trasformandosi in un senso di autenticità e indipendenza, che sono i veri e profondi tratti distintivi di questo territorio. In questo contesto sociale e culturale, la sensibilità interpretativa di ogni singolo vignaiolo recita un ruolo decisivoei vini realizzati, pur subendo la forte influenza del suolo e del microclima, tendono curiosamente ad assomigliare alla personalità dei loro creatori.

Non si può tuttavia negare che il percorso di crescita della denominazione sia ai suoi primi passi, la capacità espressiva del Dogliani possiede ancora margini inesploratie la situazione è piuttosto dinamica: c' è una Cantina Sociale, la Clavesana, che produce un terzo dell' intera tipologia mantenendo un buon livello qualitativo, ma anche un numero elevato, rispetto alle medie langarole, di produttori che si è avvicinato con apparente convinzione e promettenti premesse al mondo "bio"; non mancano i decani, come Quinto Chionetti, classe 1925 e ancora alla guida del trattore e, fortunatamente, anche i giovani talenti, come Paolo Boschis (dell'azienda Francesco Boschis) ormai in grado di declinare i vari ed eccellenti cru aziendali con una maestria da veterano; c' è chi, come Orlando Pecchenino, comprendendo con buona dose di lungimiranza l' alto potenziale del Dogliani, ha avuto il coraggio di innovare, ma "alla doglianese" ovvero con intelligenza e buon senso, senza fare brusche rivoluzioni.

In breve, l' appassionato, come anche il semplice viaggiatore curioso, possono trovare, nella diversità delle proposte, motivi e stimoli per fare scoperte interessanti e trovare la bottiglia giusta per il loro gusto. «Io spero - auspica Nicoletta Bocca - che chi sceglie di bere il Dogliani lo faccia per le stesse ragioni per cui certe persone hanno scelto di abitarci: mancanza di supponenza e pregiudizi, esigenza di libertà, affinità culturali».
(22 maggio 2014)