Il Gusto

Belli i ristoranti degli stilisti. Ma saranno anche buoni?

Larte, ristorante legato alla fondazione Altagamma, di cui fa parte anche Versace
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Dall'Armani Nobu al Ceresio7 dei fratelli Caten, sono sempre più numerosi i locali di proprietà delle case di moda. Un matrimonio non solo glamour, ma anche all'insegna della qualità. Quasi sempre...
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Una volta il pubblico mondano, quello che deve vedere e farsi vedere, andava nei ristoranti alla moda. Storia superata: adesso si va nei ristoranti DELLA moda.  Perché sono belli, anzi bellissimi. E anche buoni, a volte ottimi. Da molti anni gli stilisti hanno cominciato la scalata alle vette della ristorazione, non limitandosi ad aprire locali glamour e in linea con i canoni estetici delle loro maison, ma cercando anche i migliori chef disponibili sul mercato globale, per rendere unica l’esperienza e per dare un senso quanto mai concreto e completo al concetto di fine dining. E’ recente lo sbarco a Roma del marchio Zuma, cucina giapponese rivisitata da Reiner Becker ospitato a Palazzo Fendi in largo Goldoni (anche se la maison ha solo concesso gli spazi, ma non partecipa alla gestione). Locale, scintillante e da subito frequentatissimo da vip di ogni genere, una formula che prima di arrivare nei dintorni del Colosseo aveva già conquistato i non facili palati del jet set di Hong Kong, New York e Dubai.
 
Air Force Plein, la nuova apertura di Philip Plein a Milano
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La maggiore concentrazione di ristoranti legati alle griffe italiane si trova però a Milano, capitale della moda. Tra i primi ad accostare cibo e couture Trussardi, che sopra la propria boutique centralissima aveva lanciato una decina d’anni fa Trussardi alla Scala con il fuoriclasse Andrea Berton, che infatti presto aveva conquistato due stelle. Arredo lineare e vista su piazza Scala; al piano terra c’è Trussardi Café, meno impegnativo ma arricchito dal primo giardino verticale milanese (nella veranda). Anche Dolce & Gabbana avevano ceduto alla tentazione gastronomica, affidando a Giacomo Gallina il loro locale scintillante d’oro in pazza Risorgimento. Ma dopo qualche anno ha chiuso e adesso è diventato casa del cuoco per caso Filippo la Mantia. In compenso, resiste benissimo il loro Bar Martini, che unisce due eccellenze italiane, in corso Venezia.

Bulgari, fedele alla propria fama, ha fatto le cose in grande, rilevando un ex-convento di monache attaccato al magnifico Orto Botanico di Brera e facendone un lussuoso hotel con ristorante (via Fratelli Gabba), avviato nel 2004 dall’ottimo Elio Sironi. Sironi, nel frattempo, ha cambiato indirizzo. Lo ritroviamo infatti, con la sua cucina pulita e sublime, a Ceresio 7 (nome e indirizzo), creato nella monumentale ex-sede dell’Enel dai vulcanici gemelli canadesi Dean e Dan Caten, ovvero il marchio Dsquared. E’ uno dei locali più belli (e buoni) della città, gusto contemporaneo, arredo moderno ma ispirato ai diner americani, affacciato sui nuovi grattacieli milanesi, con due piscine, il bar per gli aperitivi e, presto, anche  l’albergo.
  Uno dei pionieri della ristorazione griffata è senz’altro Giorgio Armani, che ha aperto anni fa Armani Nobu, indirizzo italiano dello chef giapponese che ha stregato le star hollywoodiane (e si è anche messo in società con loro) assieme allo stilista più sobrio del mondo. Sono seguiti, poi, Emporio Armani Café, per colazioni e pranzi informali, e Armani ristorante, all’ultimo piano dell’albergo omonimo. Tutto si trova nello stesso palazzo di via Manzoni (proprio di fronte all’inizio della famosa via Montenapoleone, fashion street milanese per eccellenza) che ospita lo store del marchio, completato da pasticceria e negozio di fiori.

E proprio la pasticceria ci porta alle imprese più recenti di un altro big, Prada che ha rilevato prima una pasticceria storica, Marchesi in corso Magenta, negozio tutto vetro e specchi con atmosfera d’altri tempi, poi ha portato le sue specialità dolciarie di alto livello proprio nel cuore di Milano, l’ottagono della Galleria Vittorio Emanuele II, realizzando, sopra le vetrine di Prada Uomo, un bar-pasticceria per tè raffinati, spuntini di mezzogiorno ed eleganti aperitivi. L’altra divagazione alimentare di Miuccia è dentro la gigantesca Fondazione Prada nata alla periferia Sud (largo Isarco 2) in una zona di archeologia industriale: il Bar Luce, arredato con maniacale citazione degli anni Sessanta. Niente cucina, ma pasticceria, caffetteria, insalate e panini.

Sfortunata l’avventura ristorativa di Moschino, che nell’hotel omonimo in via Pasubio (pochi metri dall’odierna sede di Eataly) aveva voluto il ristorante gestito da Moreno Cedroni, mago marchigiano del pesce con una vena surreale che si sposava bene alla linea visionaria della maison. Purtroppo l’hotel, con tutti i suoi contenuti, è fallito. Un bistrot chiuso anche per Roberto Cavalli, ma un altro vivo e vegeto, anzi in ottima salute: Just Cavalli, location d’eccezione al piano terra della Torre del Parco (via Camoens), immersa nel verde, tutta vetri e luci stroboscopiche, che da circa 15 anni serve aperitivi e cene con musica a molti decibel.

Tra i più recenti, The Stage, cui si accede dal negozio Replay di piazza Gae Aulenti, nella zona più nuova di Milano. Il ristorante è stato realizzato come se fosse l’interno rovesciato di una barca: tutto di legno, verniciato con “flatting”. E Doriani, maison specializzata in cashmere, ha aperto un bistrot di ottimo livello in un bellissimo cortile di via Montenapoleone, centro caldo della moda. E Gucci ha un bar in Galleria, con caffè e tè selezionati, bibite e aperitivi.
Il Bistrot Glorious Café, aperto in pazza San Babila da Diesel (che ospita anche il bar Circle nel suo palazzo di via Stendhal, zona del design), serve prodotti da forno, pane e qualche piatto, anche da asporto.

Per completezza, citiamo anche una delle prime imprese che univano moda e cibo: 10 Corso Como, bel locale in una via di movida, voluto dalla compianta Franca Sozzani, non stilista ma regina degli stilisti. Asola e Terrazza 12, rispettivamente ristorante di livello (chef Matteo Torretta, staff e atmosfera giovani) e bar panoramico per aperitivi, ai piani alti del palazzo di Brian & Barry in piazza San Babila. The Small, piccolissimo bistrot in zona Loreto (via Paganini) creato dal designer di accessori Giancarlo Petriglia. E Larte, locale nella aristocratica via Manzoni, a pochi passi dalla Scala, legato alla Fondazione Altagamma, di cui fa parte anche Versace.

Il più nuovo è Air Force Plein, l’esclusivo locale di Philippe Plein, in corso Venezia 15: ambiente ispirato all’interno di un jet, in tavola solo caviale e champagne, noblesse oblige. E nel prossimo futuro aprirà l’attesissimo ristorante di Lapo Elkann (Italia Independent Eyewear, Garage Italia Customs) con Carlo Cracco, nell’ex distributore firmato da Mario Bacciocchi, in piazzale Accursio.