Le Cesarine, a Bologna le casalinghe-chef antesignane degli Home restaurant
Guglielmo Gentile
"Si fa questa scelta anche per conoscere persone nuove" dice Luisa Mambelli, decana delle Cesarine
Nata nel capoluogo emiliano più di dieci anni fa un'associazione che ha anticipato la tendenza del social eating. Oggi conta decine di cuochi e cuoche in tutta Italia, tutti accomunati dalla voglia di "portare in tavola la città della cucina". Seguici anche su Facebook
Aggiornato 1 minuti di lettura
Quando il cibo esce dalle tavole delle case per invadere le vie e le piazze, nonostante il costante sforzo di preservare la cucina tradizionale si corre comunque il rischio di perdere qualcosa per strada. Ma in una città come questa, dove molti ancora ricordano l’odore dei ragù che la domenica mattina attraversava le finestre per invadere i portici, questo per fortuna non succede.
"Si fa questa scelta anche per conoscere persone nuove" dice Luisa Mambelli, decana delle Cesarine
Dodici anni fa, ancora prima che Bologna diventasse la città del cibo, alla professoressa Di Nallo, docente bolognese di sociologia, venne in mente di fondare l’associazione “Le Cesarine”, un gruppo di una decina di esperte cuoche casalinghe con l’obiettivo di valorizzare la cultura della tavola casalinga attraverso un servizio di home restaurant ante litteram: il nome le venne dalla padronanza con la quale le cuoche di una volta provvedevano alla tavola, comandando i familiari con modi dittatoriali di romana memoria. Negli anni l’associazione è cresciuta, arrivando a circa quattrocento cuoche su base nazionale, di cui una trentina in Emilia Romagna.
E l’anno scorso è nata la partnership con Home Food srl, che si è occupata dello sviluppo di una piattaforma online per mettere in contatto le cuoche con gli avventori. Il portale è costruito sul modello di airbnb, ma declinato nell’ambito dell’home restaurant: si può scegliere il luogo, la cuoca, e il menù proposto che oscilla tra i 35 e i 55 euro a persona e che normalmente prevede tre portate più il dolce, inclusi vini e bevande. Oppure ci si può candidare come cuoco: per farlo, oltre alla certificazione Haccp di cui bisogna essere in possesso, occorre superare la visita di un comitato che valuta l’idoneità della casa che si mette a disposizione, dell’ospitalità, e naturalmente la qualità della cucina, che deve essere necessariamente non solo tradizionale, ma anche casalinga. "Una piattaforma funziona se c’è un contenuto a cui dare un senso – spiega Davide Maggi, ad della società che ha provveduto allo sviluppo dei servizi – e in questo caso la cucina casalinga è un valore importante, anche dal punto di vista culturale".
"Fa un po’ effetto avere a tavola persone che non si conoscono – racconta Luisa Mambelli, decana dell’associazione – ma è divertente: lo si fa un paio di volte al mese, sopratutto per il piacere di conoscere gente". Alla sua tavola si possono mangiare ad esempio piatti della tradizione quasi scomparsi, come la minestra nel sacco, dove gli ingredienti vengono cotti insieme al brodo avvolti in un canovaccio, oppure lo sformato di porri con saccottini di verza, altro piatto delle tavole di una volta: un modo per far tornare la città del cibo anche dentro le case.