"Elisabetta ha litigato con la sua famiglia?". Una domanda retorica che suscita anzitutto sorrisi da parte di chi la riceve. Non è facile fermare il chiacchiericcio delle realtà più piccole, soprattutto se decidi di distaccarti dall'azienda di origine e continuare la strada (del vino) per conto tuo. Ed è ancora più arduo se il cognome che porti racconta un pezzo dell'enologia sarda. Ma a Elisabetta Pala - figlia della omonima cantina che produce vino in Sardegna dal 1950 - poco importa.
Siamo a Serdiana, nell'entroterra Sud-Est della regione. Una volta messo piede in vigna, facendo leva sull'immaginazione, si possono tracciare i confini geografici di quell'area vinicola. A Sud il Golfo di Cagliari, mentre ai lati le dune di Piscinas (il deserto sardo), Bosa e Oristano, a Nord il massiccio del Gennargentu e Sassari. Tutto a venti chilometri in linea d'aria. Qui c'è quello che serve a far crescere l'uva, tra sole (tanto) e vento continuo: da Nord Ovest soffia il freddo Maestrale, mentre lo Scirocco arriva da Sud-Est. Non manca neppure il Libeccio. Si contano nella zona più di mille ettari vitati, nessun recinto a dividere gli appezzamenti: "Non esiste - racconta Pala - che qui si dividano i terreni con le recensioni". Si usano, infatti, vecchi muretti a secco oppure semplici filari di piante di fico per segnare confini “immaginari”. Il terreno calcareo, con base argillosa, ospita, oltre i filari, anche una bella macchia mediterranea con piante d'ulivo, olivastro, fichi neri, mandorle amare, finocchietto selvatico e lentisco.
Un'attenzione per il territorio che passa anche per la gastronomia. Poco lontano da quelle vigne, sul girarrosto dell'agriturismo S’Isca Manna, si prepara il porceddu secondo l'antica tradizione dei pastori sardi. “Il maialino da latte – spiega Elisabetta – una volta lavato ed eviscerato viene infilato nello spiedo, dal muso alla parte posteriore. Si gira manualmente per diverse ore, la manualità di chi lo cucina conta moltissimo, così come gli aromi che vengono scelti. Solitamente con piante tipiche della zona”. Semola di grano duro e acqua tiepida, invece, servono a preparare gli gnocchetti sardi, i malloreddus, piatto-simbolo dell'isola. I brandelli di pasta vengono “pizzicati”, arrotolati sul rigagnocchi e poi serviti con una fresca salsa di pomodoro. Tanta tradizione, insomma, dalla vigna fino ai fornelli, che basta a motivare una visita in quell'entroterra isolano troppo spesso dimenticato dal turismo di massa. Vale la pena, infatti, tornarci più volte anche per osservare in che modo questa nuova generazione di donne-vignaiole cambierà il volto dell'enologia sarda.