È un mondo in cui una ragazzina svedese incazzata fissa l’agenda del movimento per il clima, mentre i potenti della terra erigono muri, tracciano frontiere nell’acqua e tirano giù con lo sciacquone gli istinti della più elementare umanità, solcando divari sempre più profondi fra i nord e i sud della terra, magari con una flotta di coccodrilli a guardia dei fossati sui cigli delle frontiere. Niente di strano se un cuoco si accolla l’onere di dettare la linea sulle pratiche da adottarsi per una vita più decente, provando finalmente a darci un taglio. Qualcuno deve pur farlo.
‘Nnumari. Parola composita in lingua siciliana che sta per “nel mare”, dunque un sostantivo con una preposizione dentro, che imprime alla parola mare quella deriva semantica che lo indica come contenitore. ‘Nnumari ci stanno i ricci, le spigole, la barriera corallina. ‘Nummari ci sta pure la plastica, e la risacca di disumanità che rischia di travolgere le terre ferme. ‘Nnumari è il vessillo sotto il quale il cuoco di Licata, Pino Cuttaia, ha convocato per il secondo anno consecutivo il suo G8 nel triangolo di terre comprese fra Caltanisetta, Ragusa e Agrigento.
Metti una paella, tipo. Un piatto la cui narrazione è stata affidata ad Alessandro Vanoli, studioso delle mescolanze convergenti nel liquido amniotico del Mediterraneo, mare nostrum si dice anche, con un aggettivo atto a indicare un possesso condiviso da una babele di popoli, stesso titolo di fronte allo stesso specchio d’acqua. Timbro teatrale, ritmo radiofonico, Vanoli ha raccontato l’avventurosa storia della paella a partire dagli ingredienti. “Il riso, innanzitutto, arriva nel Mediterraneo con gli arabi fra i VII e l’VIII secolo dopo Cristo, i mori lo coltivano con profitto nel bacino valenciano fino a quando, siamo nel 1500, le coltivazioni non vengono proibite dalla Spagna cattolica della Reconquista.
Sazia come i bambini dopo la fiaba della buonanotte, la platea di ‘Nnumari è stata traghettata da una storia a un’altra e un’altra ancora. A tessere le fila del racconto Marcello Scalisi, direttore di Unimed. Un’accademia sui generis nata nel 1991 con l’obiettivo di mettere in circolo ricerche, condividere studi e saperi e che ad oggi conta una rete di 113 atenei in tutto il Mediterraneo.
Insomma, fra uno Spaghettino con pesto di tenerume firmato da Matteo Baronetto, una cucchiaiata di Tubettoni con patata affumicata, crudo di lampuga e polvere di capperi alla Nino Rossi, un magnifico Pesce spada e plancton servito con un infuso di calamaro, miso, peperoncino e spezie realizzato da Gianfranco Pascucci. E ancora un Papaz Yahnisi Monk’s stew del cuoco turco Maksut Askar, il Carbone, trota e baccalà dello sloveno Tomaž Kavcic, le Sensazioni di costiera di Franco Pepe e una Sfogliatella al caciocavallo podolico e sardella di Caterina Ceraudo, il Mediterraneo è stato indagato in tutte le sue possibilità attraverso il medium della cucina, intermezzi carichi di senso e di gusto, capaci di sottrarre peso alla gravità degli argomenti trattati e di renderli in materia tangibile.
Pino Cuttaia, padrone di casa discreto e antidivo, è scivolato da un racconto all’altro restandosene quasi sempre dietro le quinte. Quattro piatti pieni di memoria, l’ingrediente-feticcio di Cuttaia. Un paio di parole. E la sorpresa – da cui tutto ha avuto origine – di scoprirsi replicante di “gesti identici a quelli dei colleghi dall’altra sponda dello stesso mare”. Quieto come chi sa di fare la cosa giusta. E allegro come Greta dopo aver fatto pelo e contropelo ai potenti della terra e storto il muso in faccia a mister Trump.