Il Gusto

La rabbia di Antonello Colonna: "Hanno fermato la locomotiva d'Italia"

La rabbia di Antonello Colonna: "Hanno fermato la locomotiva d'Italia"
L'imprenditore di Labico non nasconde il fastidio per come viene trattato il mondo dell'accoglienza: "Almeno ci diano subito le regole per riaprire". Seguici anche su Facebook 
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Cuoco, imprenditore, viaggiatore, creativo. Antonello Colonna, “l’ottavo re di Roma”, viene da una famiglia di ristoratori che aveva una trattoria a Labico, che lui ha nel tempo trasformato in una meta per appassionati d'alta cucina. Varcando l'ormai mitica porta rossa si accedeva a un mondo di gusto che riusciva a coniugare la tradizione della campagna romana con una raffinatezza genuina e focalizzata sui sapori di territorio. Adesso ha un Resort di lusso in campagna, e due locali, uno in centro a Milano, l’altro all’interno della stazione Termini ed è amato dal grande pubblico televisivo come protagonista di “Hotel da incubo”. In questi giorni di lockdown ha fatto sentire spesso la sua voce, in programmi tv come Carta Bianca su Rai Tre, nei quali traspare un certo fastidio per come viene trattato il mondo della ristorazione.
 
Come sta vivendo questi giorni di lockdown?
“In questi giorni ho seguito le mie aziende e mi sono preparato ad accogliere i clienti che torneranno, perché torneranno. Le anomalie, le avversità stimolano. Il surfista è stimolato dalle onde anomale. Abbiamo superato Tangentopoli, quando la crisi era fortissima (non si moriva di malattia, ma molti si sono suicidati) e la crisi del 2012 quando le banche non ti aiutavano manco con un euro. Di certo sono riuscito a vivere dei giorni in cui per tutta la vita non ho mai vissuto. Ho fatto il pranzo di Pasqua a casa. Ho riposato il Primo maggio. Poi vivo la campagna come non mai qui nel mio resort di Labico: mi sono addirittura abbronzato. E soprattutto ho pensato molto ai programmi per il dopo. Per esempio, ho raddoppiato le escursioni, dotato le camere di nuove attrezzature, pensato nuovi strumenti di marketing, colazioni personalizzate. Peccato che i ristoranti non possano ancora aprire. La gente non ce la fa più. Ha voglia di tornare alla normalità”.
 
Pensa quindi che si tornerà alla normalità?
“Certo. Ecco perché il paragone con la guerra non si può fare. Ripartiremo, ma ci devono dare la possibilità di farlo. Ci vuole un progetto di fattibilità: possiamo riaprire. Ho tre ristoranti, uno all’interno della stazione Termini a Roma, uno al centro di Milano e il Resort di campagna a Labico. Quest’ultimo, peraltro, è un albergo e non so se le persone sanno che gli alberghi non sono mai stati chiusi. Ed è incredibile che il messaggio non sia stato dato. Domenica 26 aprile tutti gli italiani erano attaccati alla tv per capire quale sarebbe stato il nostro destino. Abbiamo appreso che imprese edili e musei sarebbero stati riaperti. I ristoranti invece no, solo dal primo giugno. Ecco anche l’uomo della strada capisce che c’è qualcosa di strano”.
 
Cioè i ristoranti dovrebbero aprire subito, sta dicendo questo?
“Intanto l’Italia intanto non è solo Roma, Milano, Torino e Napoli.  Ci sono paesini con mille abitanti, con una trattoria e un bar. Se lì gli operai possono adesso ricominciare a lavorare perché quegli stessi operai non possono andare a mangiare un piatto di pasta? Nei paesi dai più grandi ai più piccoli c’è un sindaco, c’è la sanità e le forze dell’ordine. Dovrebbero essere fatti i controlli attraverso le istituzioni locali e magari distinguere chi può riaprire e chi no. A Labico, faccio solo un esempio, un paese di 7mila abitanti non c’è stato un solo morto per coronavirus. Facciano i controlli per capire chi può aprire e chi no. Se guido senza patente scatta l’art. 80 e non guido più. Che funzioni così anche per i locali. Il fatto è che chi sta studiando le regole forse non conosce il settore”.
 
Avrebbero dovuto interpellarvi.
“Oggi si parla di task force. Ne fanno parte politica, banche, scienza, sanità e forze dell’ordine. Poi ci siamo noi piccoli imprenditori che possiamo dare un contributo. Ma non ce lo hanno chiesto. Noi siamo in trincea. Noi i nostri tecnici ce li abbiamo. Ma secondo voi non abbiamo già consultato chi fa sanificazione? Noi facciamo Haccp da oltre 30 anni. Oggi, 4 maggio, è previsto che escano dal lockdown 4 milioni e mezzo di persone. Ma con tutte le persone che saranno in giro, volete farci credere che il problema sono i ristoranti?”
 
Qual è la priorità?
"Sono due. In primo luogo, i ristoranti si devono mettere in regola. Ma soprattutto che queste regole ce le devono dare. Ci date le regole, noi ci uniformiamo: sanificazione, distanza tra i tavoli, ecc. Voi fate i controlli. Se non siamo in regola, ci fate chiudere. Noi la responsabilità ce la vogliamo assumere e chi governa è in grado? Dobbiamo mettere in sicurezza i nostri clienti che vogliono tornare. Molti però temo non riusciranno a riaprire, non tanto per un discorso economico, quanto perché a seconda delle regole si snatureranno i locali. Per esempio, locali romani come la Matricianella o I due ladroni, mi preoccupo per locali come questi, se non si hanno gli spazi adatti, o un dehors, come si può fare?".
 
Lei insiste molto su questa esigenza di regole e controlli. Pensa non ci sia abbastanza attenzione da parte del governo?
“Temo proprio di no. Ed è assurdo la ristorazione traina il turismo. Siamo noi la locomotiva in Italia, prima dell’edilizia, prima del tessile, della siderurgia e della meccanica. Conte deve essere orgoglioso di governare il paese più bello del mondo”.
 
Cambierà qualcosa nella ristorazione? Cambieranno le aspettative dei clienti, i costi dei menu?
“
No. La gente vorrà tornare a quello che faceva prima: tutto quello che abbiamo visto fin ora, tutti a fare il pane, le torte, è stata solo una passeggera moda. Sarebbe come dire che siccome ci siamo abituati a non andare ai concerti ci accontenteremo per sempre del karaoke. Anche per quanto riguarda i prezzi. I miei clienti non sono ancora tornati non a causa dei prezzi. Non c’entrano nulla. Io devo dare qualità e sicurezza e loro torneranno per come ero prima. Chi andava in pizzeria tornerà in pizzeria, chi andava al fast food tornerà al fast food. Chi amava il delivery continuerà ad amarlo. Io non l’ho fatto, ma capisco che è stata una necessità. Per il resto ci sarà voglia di mangiare fuori, di tornare a fare tutto fuori. Anche il lavoro da casa non è destinato a durare. Noi siamo il  popolo della Pasquetta e del picnic del Primo maggio, è la nostra identità. Vogliamo andare al mercato (a quello di Zagarolo cui partecipo ho imposto distanze e regalato mascherine), stare fra la gente. Nei paesi chi va dal barbiere lo fa per vedere i conoscenti e fare 4 chiacchiere, altrimenti andrebbe dal coiffeur”.