Cambiano i presidenti ma alla Casa Bianca c’è sempre un inquilino fisso. Ve lo raccontiamo
di Maurizio CrosettiRichard Nixon non aveva alcun talento sportivo, ma era volenteroso. Il suo successore, Gerald Ford, era stato invece un atleta vero, campione di football americano, disciplina che Ronald Reagan aveva portato sullo schermo interpretando il fuoriclasse George Gipp. William Howard Taft, il successore di Teddy Roosevelt, trascinava ogni giorno i suoi 140 chili sul campo da golf per quattro ore buone, mentre il leggendario JFK fece dello sport nella scuola uno dei punti del programma contro l’obesità.
Lo sport e i presidenti degli Stati Uniti: un’epopea lunga, varia e a volte ambigua, sull’onda della strumentalizzazione politica ma anche della pratica attiva, della passione personale e dell’interesse generale. Una storia che andava raccontata.
Lo hanno fatto molto bene Valentina Clemente e Dario Ricci, scrivendo Touchdown Mr. President! (Lab DFG Editore), un’opera davvero piena di cose, per spiegare che l’uomo più potente al mondo deve comunque fare i conti con quella che, del mondo, è un…
Richard Nixon non aveva alcun talento sportivo, ma era volenteroso. Il suo successore, Gerald Ford, era stato invece un atleta vero, campione di football americano, disciplina che Ronald Reagan aveva portato sullo schermo interpretando il fuoriclasse George Gipp. William Howard Taft, il successore di Teddy Roosevelt, trascinava ogni giorno i suoi 140 chili sul campo da golf per quattro ore buone, mentre il leggendario JFK fece dello sport nella scuola uno dei punti del programma contro l’obesità.
Lo sport e i presidenti degli Stati Uniti: un’epopea lunga, varia e a volte ambigua, sull’onda della strumentalizzazione politica ma anche della pratica attiva, della passione personale e dell’interesse generale. Una storia che andava raccontata.
Lo hanno fatto molto bene Valentina Clemente e Dario Ricci, scrivendo Touchdown Mr. President! (Lab DFG Editore), un’opera davvero piena di cose, per spiegare che l’uomo più potente al mondo deve comunque fare i conti con quella che, del mondo, è una forza propulsiva, si sia sportivi praticanti o semplici appassionati, oppure entrambe le cose. Così scopriamo che all’interno delle 47 presidenze americane, alcune ripetute (senza fare troppi salti all’indietro: Donald Trump), altre memorabili e altre ancora trascurabili, lo sport è stato quasi sempre un inquilino non banale.
E se la palla ovale è entrata nello Studio Ovale, insieme alle sue sorelle più sferiche ma non meno storiche, non è stato per puro diletto ma per calcolo, per strategia. Perché l’uomo più potente al mondo di solito è anche uno dei più accorti.
Sfogliando il volume, veniamo dunque a sapere che il capostipite della dinastia, George Washington, presidente dal 30 aprile 1789 al 4 marzo 1797, era un uomo prestante, un ottimo cavaliere e si dilettava in una pratica simile al futuro baseball. Invece Abraham Lincoln era appassionato di townball, questo sì il padre a tutti gli effetti del baseball. Ma il primo capo americano a incidere profondamente in questioni sportive fu Theodore Roosevelt, attivissimo tra caccia all’orso e al bufalo, nuoto, escursionismo, pesca e alpinismo, dunque il primo presidente sportivo degli States. Logico che abbia spinto la candidatura di St. Louis per i Giochi del 1904, anche se “Teddy” è passato alla storia per altro: cioè per la riforma del football americano, le cui regole furono riscritte anche su volere del presidente per rendere il gioco meno violento e cruento.
Vietato esultare
Magnifico l’aneddoto che riguarda il repubblicano Warren G. Harding, presidente per soli due anni, dal 4 marzo 1921 fino alla morte, avvenuta il 2 agosto 1923: Harding era un grande appassionato di pugilato, e guardava i filmati dei match nonostante il divieto di trasportarli nei vari stati. Si temeva, infatti, che le vittorie dell’afroamericano Jack Johnson, campione dei pesi massimi, potessero scatenare pericolose esultanze negli stati del Sud, dove qualche festeggiamento era già stato represso con spargimenti di sangue.
Il formidabile Jack aveva anche avuto l’idea di innamorarsi di una donna bianca e fuggire con lei, ma a quel tempo era vietato. Così venne arrestato e condannato, e fu proprio il presidente Harding a pagare la cauzione per far tornare libero il suo idolo.
Se Herbert Hoover, il famigerato “cacciatore di comunisti”, trascorreva il tempo giocando a Hoover-Ball, una sorta di tennis a mano senza racchette ma con una palla medica da lanciarsi, Franklin Delano Roosevelt praticava sport come esercizio di fisioterapia, dal momento che era paraplegico. Per combattere gli effetti della poliomielite, il presidente faceva ginnastica, bagni nell’acqua salata, pedalate col triciclo elettrico e soprattutto nuoto, ogni mattina alle 5 e trenta in punto. Eppure, rimase in silenzio quando Jesse Owens umiliò Hitler alle Olimpiadi di Berlino 1936: non gli inviò neppure un telegramma per complimentarsi. Al ricevimento all’hotel Waldorf Astoria di Manhattan, il mitico campione e la moglie furono costretti a entrare dal retro e a salire nella sala delle premiazioni usando il montacarichi per le vivande, invece dell’ascensore destinato ai soli bianchi.
Campioni contro
Più note le vicende che legano sport e Casa Bianca dal nuovo mondo in poi, dal golfista Eisenhower al valente nuotatore John Kennedy, fino agli imbarazzi (eufemismo) di Lyndon Johnson che lo sostituì dopo l’assassinio di Dallas: Johnson si trovò tra le mani la patata bollente di Mohammad Ali, renitente alla leva per il Vietnam, e i pugni chiusi guantati di nero di Smith e Carlos sul podio dei Giochi di Mexico 1968, clamorosa protesta contro il razzismo. E come dimenticare la “diplomazia del ping pong”, che vide Richard Nixon protagonista insieme a Mao? Oppure le partite a basket di Obama con i suoi amici “campioni sociali”, primo fra tutti LeBron James.
Infine, Donald Trump. È stato quasi un nemico dello sport durante il suo primo mandato (a lui interessavano di più le scalate societarie all’interno di qualche potente club), refrattario a invitare le squadre femminili alla Casa Bianca, per non parlare degli atleti transgender. Ma forse The Donald sta cambiando registro, ovviamente per interesse politico. Ha cominciato assistendo all’ultimo Super Bowl di febbraio, anche se ha clamorosamente sbagliato pronostico e se n’è andato prima della fine. Forse perché, per Donald Trump, lo show dev’essere solo Donald Trump.