Quanto
pesano sulla coscienza di un uomo due milioni di morti? Niente, se la coscienza
è quella di Pol Pot. Almeno a dar retta a quanto lui stesso dichiara
nella prima intervista rilasciata da 18 anni a questa parte. L'ex dittatore
non è pentito, non avverte alcun rimorso per il genocidio ordinato
durante il regime comunista dei Khmer Rossi da lui guidato tra il '75 e
il '79.
"Io ero venuto per portare a compimento la lotta, non per uccidere
la gente. Anche adesso, può vederlo. Sono forse una persona selvaggia?
La mia coscienza è pulita", ha detto Pol Pot al giornalista
statunitense Nate Thayer, corrispondente della "Far Eastern Economic
Review" di Hong Kong, che lo ha incontrato as Anlong Veng, ultima
roccaforte dei Khmer nel nord del paese asiatico.
L'ex leader maoista, 69 anni, è "molto malato, forse prossimo
alla morte", scrive Thayer, che già in luglio assieme al cameraman
David McKaige era stato il primo straniero a vedere Pol Pot dopo la sua
fuga nel '79 a seguito dell'invasione vietnamita della Cambogia.
Inseguendo il disegno di trasformare il Paese in un paradiso agrario comunista
"il nostro movimento ha commesso errori", ha riconosciuto Pol
Pol, ma ha subito aggiunto: "Non avevamo altra scelta. Naturalmente
dovevamo difenderci. I vietnamiti volevano assassinarmi perché sapevano
che senza di me avrebbero potuto facilmente fagocitare la Cambogia".
L'ex comandante dei Khmer Rossi contesta le cifre dei massacri consumati
nei campi di sterminio durante il suo governo. "Dire che milioni di
persone morirono è troppo. Gran parte dei cambogiani di cui si attribuisce
la morte a me sono stati in realtà uccisi dai vietnamiti",
ha dichiarato Pol Pot. Il generale Ta Mok, sopranominato "il macellaio"
per la ferocia dimostrata nella repressione durante il regime e pochi mesi
fa ribellatosi contro Pol Pot, pure intervistato da Thayer ha concordato
con il vecchio capo e ha sostenuto che le vittime non furono due milioni
ma "centinaia di migliaia".
Nell'intervista, Pol Pot parla anche dell'ultima feroce strage da lui ordinata,
quella del suo parente ed ex ministro della Difesa dei Khmer rossi, Son
Sen, accusato di tradimento e trucidato il 10 giugno scorso con i suoi
14 familiari, compresi i bambini. Ed è qui che l'anziano ex leader
cambogiano ha mostrato l'unico segno di rimorso: "Non avevo dato l'ordine
di uccidere quella gente, i bambini, i giovani. Per Son Sen e la sua famiglia,
sì, sono addolorato. E' stato un errore mettere in atto quel piano",
ha detto al microfono di Thayer.
Pol Pot era rimasto alla guida dei Khmer rossi, che nel folto della giungla
hanno continuato la guerriglia contro il governo, ma dopo l'eccidio di
Son Sen e la sua famiglia è stato deposto da Ta Mok, arrestato,
processato e condannato all'ergastolo. Vive in una capanna, con la moglie
e una figlia di 12 anni. I Khmer rossi avevano avviato un trattativa con
le autorità per consegnare Pol Pot in cambio di un'amnistia generale,
ma l'accordo che pareva quasi fatto è finito nel nulla a causa del
colpo di Stato con cui il 5 luglio il primo ministro ex comunista Hun Sen
ha rovesciato l'altro premier, il monarchico Norodom Ranariddh, figlio
di re Sihanouk. Dopo il golpe, i guerriglieri Khmer rossi si sono schierati
a fianco delle milizie fedeli a Ranariddh, raggruppatesi nel nord del Paese
sotto la pressione militare delle più numerose e armate truppe di
Hun Sen.
(22 ottobre 1997)
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La
prima
intervista
dal 1979
La "carriera"
di Pol Pot
La tragedia
cambogiana
DALL'ARCHIVIO
DI Repubblica.it
Il processo
al dittatore
Hun Sen
Ranariddh
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