Fu
proprio Khieu Samphan, in questi giorni ostaggio di Pol Pot e dei sui seguaci
in fuga, il primo dirigente khmer rosso a fare autocritica per i massacri
alla fine degli anni settanta in cambogia.
Il "grave errore", così lo definì Khieu nel 1992,
era costato la vita a centinaia di migliaia di cambogiani, trucidati quando
i guerriglieri maoisti erano al potere, tra il 1975 e il 1979.
Tra i prigionieri dei khmer rossi in quel periodo vi fu lo stesso principe
(ed attuale re) Norodom Sihanouk che, come egli stesso raccontò,
fu liberato solo per intercessione di alcuni esponenti moderati della dirigenza
cinese. Durante quegli anni ci furono solo notizie frammentarie del genocidio,
anche perché i khmer rossi espulsero tutti i giornalisti stranieri
dal Paese e sostennero di essere esclusivamente impegnati in un grosso
trasferimento di popolazione dalle città alle campagne secondo i
più rigorosi dettami del maoismo.
Le prime accuse ufficiali all'Onu, nel 1981, vennero dal Vietnam che
nel 1979 aveva invaso la Cambogia. L'occupazione vietnamita aveva però
mutato l'equilibrio delle "simpatie" occidentali e quella ed
altre denunce vennero accolte con scetticismo e prudenza.
Paradossalmente fu
Hollywood, nel 1984, a dare un volto e a raccontare la storia delle vittime
delle epurazioni di Pol Pot. Il film "Urla del silenzio", di
Roland Joffe, ebbe un notevole impatto sul grande pubblico: descriveva
la lotta di un fotografo cambogiano che fuggiva da una Phnom Penh svuotata
dei suoi milioni di abitanti, attraverso risaie stracolme di cadaveri,
fino al campo profughi al confine con la Thailandia, a un passo dalla libertà,
ma bersagliato dai mortai dei vietnamiti e dei khmer rossi.
La prova forse definitiva è venuta nel gennaio scorso dal rapporto
del "Cambodian Genocide Program", finanziato dagli Usa, che ha
accertato l'esistenza di circa 20.000 fosse comuni.
(22 ottobre 1997)
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La
prima
intervista
dal 1979
La "carriera"
di Pol Pot
La
tragedia
cambogiana
DALL'ARCHIVIO
DI Repubblica.it
Il processo
al dittatore
Hun Sen
Ranariddh
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