Salute

Farmaci, perché Trump mette in pericolo la nostra salute

Farmaci, perché Trump mette in pericolo la nostra salute

Si chiama “Most favored nation”. Una clausola al commercio di farmaci introdotta dal presidente americano che riduce l’arrivo di nuovi medicinali in Europa. Tra ritiri dal mercato, aumenti dei prezzi e ritardi nelle autorizzazioni, i pazienti europei rischiano di perdere accesso a cure innovative

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Circa 50 all’anno, è questo il numero di nuovi farmaci approvati negli Usa negli ultimi due anni. A cui si aggiungono medicinali che si basano su molecole già approvate, ma che ottengono nuove indicazioni. Nel passaggio fra Usa ed Europa, già ora perdiamo qualche nuova medicina: l’ente europeo ne ha autorizzate circa 40 all’anno. Ma saranno ancora meno, e le conseguenze dello sconvolgimento del mercato dei prezzi annunciato da Trump si sentono sin d’ora persino su molecole già arrivate nei nostri mercati. Lasciando i pazienti europei privi di novità importanti, che potrebbero allungare loro la vita o migliorarne la qualità. Colpa della politica della Most Favored Nation (Mfn) che Donald Trump vuole applicare anche ai farmaci: gli Stati Uniti, cioè, non vogliono pagare i medicinali più di quanto non lo faccia un altro Paese che abbia un’economia confrontabile. E quindi la maggioranza delle nazioni dell’Unione Europea.

A lanciare l’allarme nei mesi scorsi sono stati molti amministratori delegati delle Big Pharma – Novartis, Roche e Astra Zeneca tanto per fare degli esempi –, ci sono poi decine di studi di economisti e di agenzie che si occupano di mercato farmaceutico; voci inascoltate dalla politica, che sembra disinteressata a questo tsunami che rischia di investire tutta l’Europa. In Italia gli interventi si contano sulle dita di una mano. L’ultimo, e mediaticamente più rumoroso, quello di Roberto Burioni, virologo e divulgatore scientifico, che ne ha scritto nella sua newsletter.

Cosa è già successo e cosa succederà

La politica Mfn ha già iniziato ad avere delle conseguenze. E non solo sui farmaci che devono ancora arrivare. Il rischio infatti è anche che i medicinali vengano ritirati dal mercato, anche se sono stati autorizzati a livello europeo e locale. Per esempio, a febbraio scorso in Danimarca, Amgen ha deciso di ritirare dal mercato un farmaco per abbassare il colesterolo – evolocumab – perché il prezzo concordato non rispecchiava il valore della molecola, secondo l’azienda. Il rischio era cioè quello di stabilire un precedente troppo basso. L’altro scenario possibile è che i prezzi aumentino. Già a settembre 2025, Bristol Myers Squibb ha deciso di commercializzare il suo farmaco contro la schizofrenia in Europa partendo dal Regno Unito, dove però applica lo stesso prezzo degli Usa “per riflettere il valore di questo farmaco per i pazienti e la società”, si legge nel comunicato dell’azienda.

“Per i farmaci che ancora devono arrivare in Europa, invece, il rischio è che la loro commercializzazione venga rallentata se non addirittura che le aziende decidano di rinunciare al mercato europeo”, spiega Vincenzo Salvatore, Professore Ordinario di Diritto dell'Unione Europea presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi dell'Insubria. Paradossalmente, l’efficienza della nostra Agenzia del Farmaco (Aifa) – che tradizionalmente riesce a contrattare prezzi inferiori alla media europea - potrebbe giocare a nostro svantaggio. Non a caso il Regno Unito, che ha accettato di aumentare del 25% il costo dei farmaci proprio per venire incontro agli Usa, e la Germania, che ha un modello misto di rimborso, più vantaggioso per le aziende, sono i due Paesi che in questi mesi sono stati scelti come primo mercato europeo da molte aziende.

Tra i farmaci che forse rischiamo di non vedere mai sul territorio europeo c’è un antidolorifico di nuova generazione, che non dà problemi di dipendenza (suzetrigina); una molecola innovativa contro una malattia dei bronchi fortemente invalidante (brensocatib); e un principio attivo (aficamten) per la cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva, una malattia del cuore quasi sempre di origine genetica che colpisce persone giovani. Ma la lista potrebbe contenere i 50 principi attivi che hanno ottenuto il via libera oltre oceano nel 2025 a cui aggiungere parte dei circa 40 che l’ente europeo ha approvato sempre l’anno scorso e che ancora non sono stati negoziati dai singoli Stati.

Perché conviene agli Usa

Che i farmaci costassero molto di più negli Stati Uniti che in Europa non è certo una novità. Ma l’introduzione dei programmi Medicaid e Medicare ha portato l’amministrazione Usa a essere più scrupolosa: oggi non sono più solamente le assicurazioni private a pagare per le cure mediche ma anche lo Stato – anche se per poche persone. “Al di là della demagogia trumpiana la questione rimane e durerà anche dopo il suo mandato”, sottolinea Salvatore. Basta guardare alle analisi condotte negli ultimi mesi dall’International Society for Pharmacoeconomics and Outcomes Research (Ispor), uno degli enti internazionali più rinomati di analisi della farmacoeconomia. Per esempio, mettendo a confronto i prezzi di 8 nazioni, fra cui l’Italia, con quelli americani di 5 farmaci per la cura del diabete i ricercatori hanno visto che fuori dagli Usa i costi erano inferiori del 50-98% rispetto ai prezzi statunitensi. Ipotizzando che Medicare e Medicaid potessero acquistare a quei prezzi, lo studio ha stimato il calo dei ricavi da parte delle aziende farmaceutiche del 15-70% e quindi un risparmio fondamentale per chi deve pagare.

Cosa si può fare?

La clausola Mfn è contenuta nel primo articolo dell’accordo sul commercio internazionale - Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade) – sancito nel 1994 dai Paesi che fanno parte dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. Vale per tutte le merci e serve a non discriminare dei mercati in favore di altri. Ma i medicinali sono merci come le altre? Se sì, allora anche a loro si devono applicare le leggi del commercio internazionale, Mfn compresa. “Ma in altre occasioni gli accordi internazionali hanno sancito che i farmaci hanno uno status speciale perché rispondono a un interesse più importante”, spiega il giurista. “Si potrebbe quindi cercare un accordo per esentarli”.

La competenza del commercio internazionale è esclusivamente dell’Unione Europa: gli Stati membri hanno rinunciato a questa loro prerogativa quando sono entrati a farne parte. “Ecco perché è l’Europa a doversi fare sentire. Dovremmo poter stabilire un prezzo unico europeo, che garantirebbe una maggiore semplicità e stabilità di procedura per le aziende. Molti Stati non sono d’accordo ma di fronte allo scenario che ci si prospetta sembra davvero una soluzione strategica”, conclude Salvatore.