Salute

Una risata in compagnia: così il cervello dei bambini diventa più forte

Una risata in compagnia: così il cervello dei bambini diventa più forte

Un libro di una esperta dell’età evolutiva rivoluziona il modo di guardare al gioco infantile: ridere insieme non è solo un momento di svago, ma un potente strumento di sviluppo cognitivo

3 minuti di lettura

Il riso fa buon sangue, lo sappiamo. Ma fa anche molto di più, soprattutto sui bambini piccoli: aiuta il loro cervello a crescere meglio, a resistere allo stress e ad aprirsi all'apprendimento. Lo racconta nel suo nuovo libro la studiosa britannica Jacqueline Harding, esperta di neurosviluppo infantile presso la Middlesex University di Londra. Il volume si intitola The Brain That Loves to Laugh ("Il cervello che ama ridere"), e si basa su una tesi fondamentale: la risata non è solo qualcosa di piacevole ma secondario. È invece un meccanismo biologico complesso, con effetti misurabili sul cervello, sul sistema immunitario, sulle relazioni affettive e perfino sulla capacità di apprendere.

“Si tratta di unprincipio che la neuropsichiatria infantile conosce bene: il cervello del bambino cresce dentro la relazione. Il riso, il gioco condiviso, la leggerezza non sono elementi accessori dell’infanzia, ma potenti strumenti neurobiologici di sviluppo”, commenta Elisa Fazzi, presidente Sinpia – Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza. “Le neuroscienze – continua Fazzi - ci mostrano che la risata condivisa attiva circuiti cerebrali coinvolti nella regolazione dello stress, nella motivazione sociale e nell’apprendimento e che il gioco e l’umorismo non sono aspetti marginali dell’infanzia, ma esperienze relazionali che favoriscono plasticità cerebrale e resilienza emotiva”.

Una macchina chimica

Quando un bambino ride, nel suo cervello accade molto più di quello che vediamo dall'esterno. Si attivano aree legate al movimento e alla pianificazione, compresi i lobi frontali, che sono tra le strutture più sofisticate del cervello umano. Il ritmo cardiaco cambia, cambia la respirazione, cambia la composizione chimica del sangue. Scendono i livelli di cortisolo e adrenalina, gli ormoni che il corpo produce sotto stress. Salgono invece dopamina, serotonina ed endorfine: le sostanze che il cervello associa al piacere, alla motivazione, al benessere. Aumenta anche la produzione di anticorpi, rafforzando le difese immunitarie. In altre parole, ridere è per il cervello un allenamento completo: emotivo, cognitivo e persino fisico.

Prima delle parole

La risata, dicono le ricerche di Harding, precede nello sviluppo la capacità di parlare. I bambini ridono prima di imparare a usare le parole. Questo sembra indicare che si tratti di una funzione davvero primaria, non acquisita culturalmente, ma radicata in profondità nella biologia umana. Anche se, continua Harding, impegna circuiti cerebrali molto sofisticati. Capire una barzelletta, o anche solo cogliere l'assurdo di una situazione comica, richiede al cervello di tenere in mente due letture possibili della stessa situazione, percepire la tensione tra esse e poi "risolverla" nel momento in cui scatta il meccanismo comico. È un esercizio cognitivo che allena il pensiero creativo, la memoria di lavoro e la flessibilità mentale.

Il legame tra genitore e figlio

Ma la risata non è solo una questione individuale. È anche profondamente sociale. Quando un genitore e un bambino ridono insieme, il cervello di entrambi produce ossitocina, l’ormone che favorisce l'attaccamento e la fiducia. Le neuroscienze hanno mostrato che in questi momenti si crea una sorta di sincronizzazione dell'attività cerebrale tra adulto e bambino: i due cervelli, per così dire, si mettono in risonanza. “Quando un bambino ride insieme a un adulto significativo, si attivano circuiti di neurotrasmettitori che riducono l’iperattivazione legata all’ansia e aumentano il senso di sicurezza. Questo crea le condizioni perché il cervello sia più disponibile all’esplorazione, alla curiosità e quindi all’apprendimento”, continua Fazzi.

Questo non significa che i genitori debbano sempre fare i pagliacci. Non servono spiritosaggini elaborate, dice Harding. Bastano il gioco spontaneo, il contatto visivo, i sorrisi, la vicinanza fisica, la condivisione di un'attività semplice. Sono questi momenti quotidiani, apparentemente banali, a costruire un legame solido. E quel legame ha effetti che vanno ben oltre il momento in cui avviene. I bambini che sperimentano regolarmente queste interazioni positive sviluppano una maggiore capacità di regolare le proprie emozioni — quella che gli psicologi chiamano "autoregolazione" — perché hanno interiorizzato un modello di come si gestisce la tensione emotiva. Prima lo si impara da un adulto che ci guida (co-regolazione), poi lo si fa da soli.

Resilienza e stress a scuola

“Nel libro della studiosa britannica – aggiunge Fazzi – è particolarmente importante il riferimento alla resilienza. Oggi osserviamo un aumento del disagio emotivo nei minori: difficoltà di regolazione affettiva, ritiro sociale, ansia precoce. In questo contesto, il gioco e la condivisione emotiva non rappresentano una fuga dalla realtà, ma una palestra di adattamento psichico. Ridere insieme significa sperimentare fiducia, complicità, vicinanza: tutti fattori protettivi per lo sviluppo mentale”.

Se ridere è così importante sin dai primi anni di vita, sarebbe bello che si potesse fare anche a scuola. Eppure, dice Harding, i sistemi di istruzione – anche quelli per la prima infanzia – tendono a privilegiare contenuti e obiettivi curricolari rispetto alla qualità delle relazioni e del clima emotivo. Peccato, perché, continua la studiosa, l'umorismo riduce il "carico cognitivo": rende le informazioni più digeribili, più memorabili, meno minacciose. Un ambiente in cui ci si sente sicuri e in cui c'è spazio per ridere è un ambiente in cui il cervello è molto più disponibile ad apprendere. Nessun curricolo, per quanto ben strutturato, funziona se il bambino è in uno stato di allarme o di disconnessione emotiva.

Un indicatore prezioso

Attenzione, sottolinea Fazzi: la risata non è una “terapia” in sé, né può compensare condizioni di deprivazione, conflitto o sofferenza psicopatologica. Ma può essere un indicatore prezioso della qualità della relazione educativa e familiare. Un ambiente in cui il bambino si sente accolto, ascoltato e libero di giocare, è un ambiente che favorisce plasticità cerebrale e salute mentale. In una società sempre più orientata alla performance e alla precocità degli apprendimenti, rischiamo di sottrarre tempo alle esperienze spontanee di gioco condiviso. E invece è proprio attraverso queste esperienze che il bambino costruisce competenze cognitive, emotive e sociali profonde e solide per il futuro.

“La scienza - conclude la presidente Sinpia - conferma ciò che molti genitori ed educatori hanno sempre intuito: un bambino che ride con gli altri non sta semplicemente “passando il tempo”, ma sta costruendo risorse interiori essenziali per affrontare la complessità della vita”.