Stop Obesity

Uno dei farmaci anti-obesità efficaci contro il fegato grasso, anche in fase avanzata

Uno dei farmaci anti-obesità efficaci contro il fegato grasso, anche in fase avanzata

Un trial clinico evidenzia come semaglutide aiuti a contrastare la fibrosi del fegato nei pazienti con steatoepatite e cirrosi in fase iniziale

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Gli analoghi di Glp-1 continuano a riservare sorprese. Nati come anti-diabetici, si sono imposti sul mercato globale come potenti terapie anti-obesità, e presto potrebbero avere un’ulteriore indicazione terapeutica: il trattamento della steatoepatite associata a disfunzione metabolica (Mash), la forma più grave di fegato grasso. A rivelarlo è uno studio della University of California di San Diego pubblicato su Lancet Gastroenterology, che ha dimostrato l’efficacia di uno dei più diffusi analoghi di Glp-1, il semaglutide, nel ridurre la fibrosi in pazienti colpiti da Mash, anche in presenza di cirrosi epatica iniziale.

Lo studio

La steatoepatite associata a disfunzione metabolica rappresenta una forma severa di accumulo di grasso nel fegato. Con il progredire della malattia, l’infiammazione costante genera la formazione di tessuto fibroso che compromette gradualmente l’architettura e la funzionalità dell’organo, e mette i pazienti a rischio di cirrosi epatica e di tumori del fegato. La Mash è una patologia che colpisce milioni di persone in tutto il mondo ed una delle principali cause di insufficienza epatica e trapianto di fegato.

Lo studio pubblicato dai ricercatori della University of California di San Diego descrive i risultati di un trial clinico di fase 2 che ha arruolato circa 700 adulti con diagnosi confermata da biopsia e presenza di fibrosi da moderata ad avanzata, tra cui anche soggetti con cirrosi compensata. I ricercatori hanno valutato se la somministrazione combinata di zalfermin, un farmaco sperimentale progettato per stimolare il metabolismo, e di un agonista del recettore Glp-1 come semaglutide, potesse invertire la fibrosi in modo più incisivo rispetto alle singole terapie.

I risultati

Sebbene la combinazione delle due terapie non abbia mostrato una superiorità statistica rispetto al placebo, semaglutide somministrato da solo ha prodotto una riduzione modesta, ma statisticamente significativa, della fibrosi senza aggravare l’infiammazione di base. A detta degli autori della ricerca si tratta di risultati estremamente promettenti, anche se sono stati ottenuti per ora su un numero contenuto di pazienti (circa un centinaio nel gruppo trattato con semaglutide), e necessiteranno quindi di conferme da studi più ampi.

“Si tratta del primo trial clinico a dimostrare che semaglutide può migliorare la fibrosi epatica nei pazienti con Mash avanzata, compresi quelli con cirrosi compensata”, spiega Rohit Loomba, epatologo della University of California di San Diego e coordinatore della ricerca. “I risultati con il solo semaglutide sono incoraggianti e suggeriscono una nuova opzione terapeutica per un gruppo di pazienti che in precedenza aveva pochissime alternative”.

Nuovi strumenti diagnostici

Oltre all’efficacia clinica del semaglutide, l’indagine ha messo in luce un importante avanzamento metodologico sul piano diagnostico. I dati evidenziano infatti che i biomarcatori analizzabili con un test del sangue e tecniche di imaging sono alternative non invasive e altamente efficaci alla tradizionale biopsia epatica con cui oggi si monitorano i miglioramenti indotti dai trattamenti. La biopsia rimane una procedura invasiva, dolorosa e difficile da ripetere sistematicamente nel tempo. La possibilità di validare il monitoraggio della patologia mediante analisi del sangue e diagnostica per immagini semplificherà notevolmente il lavoro dei clinici nella valutazione della risposta terapeutica.

La steatoepatite metabolica è una patologia strettamente legata a fattori di rischio come l’obesità, la resistenza insulinica e il diabete di tipo 2. La prevenzione rimane affidata a scelte alimentari adeguate e a una costante attività fisica. L’adozione di un modello alimentare basato sulla dieta mediterranea, caratterizzato dal ridotto apporto di zuccheri e grassi saturi e da una presenza bilanciata di fibre, costituisce il pilastro per la salute del fegato.Tuttavia, quando il quadro clinico evolve verso la fibrosi avanzata o la cirrosi, la sola modifica dello stile di vita si rivela spesso insufficiente per rigenerare le strutture danneggiate. In questa fase, l’intervento farmacologico con molecole capaci di agire sui recettori di Glp-1 potrebbe rivelarsi uno strumento di primaria importanza.

“I nostri risultati rafforzano la necessità di continuare a studiare semaglutide e altre terapie metaboliche nella malattia epatica avanzata”, conclude Loomba. “Il nostro obiettivo è far progredire il settore verso trattamenti efficaci e accessibili che possano rallentare o persino invertire il danno epatico prima che i pazienti arrivino all’insufficienza epatica”.