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Ecco perché i cibi ultra-processati promuovono l’obesità

Ecco perché i cibi ultra-processati promuovono l’obesità

Altamente calorici e facili da mangiare, una trappola da cui è difficile sfuggire. Una nuova ricerca svela il ruolo dell’industria alimentare

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I cibi ultraprocessati sono uno dei motori principali dell’epidemia globale di obesità e sovrappeso. E la colpa è di tre meccanismi che concorrono a trasformare questi alimenti “innaturali” in una trappola calorica da cui il nostro organismo fatica a sfuggire: il fatto che gli alimenti ultraprocessati sono facili da mangiare e altamente calorici; l’evoluzione, che ha reso molto più facile prendere peso che perderlo; e le dinamiche che guidano l’industria alimentare, che puntano inevitabilmente a promuovere il consumo di prodotti ultraprocessati, a scapito di quelli naturali. È quanto emerge da una ricerca presentata al recente International Congress on Obesity (Ico2026), organizzato dalla World Obesity Federation.

La teoria dei sistemi sinergici

La ricerca, realizzata da Boyd Swinburn, professore di alimentazione e salute pubblica dell'Università di Auckland, presenta quella che lui definisce “Synergistic Systems Theory”. Secondo Swinburn, l’epidemia di obesità è guidata da due sistemi complessi e adattativi: il sistema economico e industriale in cui vengono prodotti i cibi ultraprocessati, e il sistema fisiologico del bilancio energetico umano. Attraverso dati empirici e modelli matematici estratti da diversi studi sulle variazioni di peso, Swinburn ritiene di aver dimostrato che l’interazione tra questi due sistemi crea un circolo vizioso in cui l’aumento di incidenza di obesità e sovrappeso diventa quasi inevitabile.

Sul piano industriale, la produzione degli alimenti ultraprocessati opererebbe all'interno di un classico ciclo capitalistico orientato al profitto. Un sistema che possiede una tendenza intrinseca ad espandersi, che si realizza promuovendo progressivamente la sostituzione degli alimenti freschi con quelli processati, più convenienti sul piano dei profitti. All’interno di questa struttura, consumatori, distributori, produttori e decisori politici traggono tutti benefici a breve termine dall’aumento di disponibilità dei cibi industriali, diventando attori semi-consapevoli di un meccanismo difficile da scardinare.

L'inganno biologico

Dal punto di vista biologico, il bilancio energetico umano possiede invece un sottosistema che regola l’apporto di cibo in base alle necessità energetiche, misurate principalmente in funzione di quelle della massa magra (cioè i muscoli). Questo meccanismo, per sua natura imperfetto, viene ingannato dai cibi ultraprocessati, che sono densi di calorie, super palatabili e veloci da consumare, e portano a ingerire un numero eccessivo di calorie prima che il nostro organismo inizi a sentirsi sazio, cosa che avviene con più difficoltà quando si mangiano alimenti naturali.

Sul lungo periodo, l'inganno si traduce in sovra-alimentazione passiva, di cui siamo cioè inconsapevoli, e quindi ad un lento e costante aumento di peso. A questo punto dovrebbero entrare in azione i meccanismi di sicurezza che regolano l’omeostasi energetica del nostro organismo, ma come ricorda Swinburn si sono sviluppati in un ambiente in cui il pericolo era la mancanza di cibo, e non la sua sovrabbondanza. E sono quindi molto più bravi a farci sentire la fame se saltiamo un pasto, che a farci sentire sazi quando mangiamo troppo. Il risultato è che prendere peso è facile, perderlo estremamente più difficile.

“Tutti questi sistemi – vale a dire gli alimenti ultra-processati, il sistema del bilancio energetico e il modo in cui i due si combinano – sono teoricamente necessari per alimentare la pandemia di obesità”, commenta Swinburn. “Se per noi fosse facile cambiare o fare a meno degli alimenti ultra-processati – se non ingannassero il nostro corpo facendoci aumentare di peso lentamente – e se perdere peso fosse facile quanto aumentarlo, non avremmo una pandemia di obesità. Per affrontarla dobbiamo quindi agire a più livelli. Questo significa implementare politiche incisive per ridurre il consumo di alimenti ultra-processati, come le tasse sulle bevande zuccherate, etichette che permettono di riconoscere la salubrità dei cibi, e i divieti di marketing rivolto ai bambini. Sul fronte del bilancio energetico, i farmaci Glp-1 aiutano a perdere peso riducendo l’impatto del’“interruttore dell'appetito”. Credo quindi che quando questi farmaci e i loro derivati diventeranno più ampiamente disponibili vedremo impatti significativi sulla diffusione dell'obesità”.

L’impatto sulle malattie cardiovascolari

Il legame tra cibi ultraprocessati e salute non si limita all’aumento di peso, ma tocca direttamente la mortalità per patologie croniche. A rivelarlo è uno studio canadese pubblicato sul The American Journal of Preventive Medicine e presentato nel contesto dell'Ico2026, che stima che una quota compresa tra il 23 e il 37% di tutte le patologie cardiovascolari e tra il 23 e il 38% di tutti i decessi causati da queste patologie siano direttamente attribuibili al consumo di alimenti ultraprocessati. Gli autori hanno stimato che dimezzando il consumo di questi alimenti nella popolazione canadese si potrebbero quindi prevenire fino a 8.300 decessi all’anno, e tra i 27mila e i 45mila nuovi casi di malattie cardiovascolari.