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App che calcolano le calorie di un piatto da una foto? Non fateci troppo affidamento

App che calcolano le calorie di un piatto da una foto? Non fateci troppo affidamento

Sono comode da usare, ma una nuova ricerca rivela che tenderebbero a sottostimare il contenuto calorico anche di 2-300 calorie per piatto

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C’è chi deve dimagrire perché effettivamente affetto da sovrappeso o obesità. E chi vuole solo tenere sotto controllo la linea, o magari prepararsi per la prova costume. Qualunque sia il motivo per cui si decide di fare attenzione a ciò che mangiamo, una scelta sempre più comune sono le app per la conta delle calorie. Programmi facili da utilizzare, che oggi – grazie all’arrivo delle intelligenze artificiali – dichiarano di poter riconoscere l’esatto contenuto calorico e nutrizionale di un pasto da una semplice foto delle portate che stiamo per consumare. Una promessa che però non sempre regge alla prova dei fatti: una ricerca del National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases americano, presentata nel corso del congresso annuale dell’American Society for Nutrition, rivela infatti che l’accuratezza delle stime effettuate tramite immagini dalle principali app per la conta delle calorie è molto inferiore a quella necessaria per renderle strumenti affidabili per la perdita e la gestione del peso.

App sempre più diffuse

Le app per la conta delle calorie esistono ormai da diversi anni. In passato richiedevano all’utente di inserire manualmente tutti gli alimenti consumati, in modo da ottenere una stima delle calorie ingerite. Ma con i progressi fatti negli ultimi anni dall’intelligenza artificiale, oggi diverse aziende offrono app che richiedono una semplice foto del piatto che si ha davanti, per conoscerne l’apporto calorico e il contenuto nutrizionale.

Tanta semplicità di utilizzo ne ha aumentato ovviamente anche la diffusione: oggi si stima che siano usate da quasi 200 milioni di persone in tutto il mondo, quasi il doppio di quanto registrato nel 2020, all’inizio della pandemia di Covid-19, quando i lockdown hanno dato una forte spinta al mercato delle app per dimagrire. In questo caso, la semplicità di utilizzo va di pari passo con l’accuratezza? È quello che hanno tentato di scoprire gli autori del nuovo studio.

La ricerca

Il progetto nasce da uno studio più ampio, che sta indagando in che modo il nostro organismo processa i nutrienti quando seguiamo una dieta chetogenica. Per questa sperimentazione, i ricercatori si sono trovati a lavorare con pasti prodotti all’interno di una cucina metabolica di precisione, in cui ciascun ingrediente veniva pesato con un margine di errore che non superava il decimo di grammo. Una circostanza che si è rivelata perfetta per mettere alla prova le app, utilizzando alimenti di cui era possibile calcolare le calorie praticamente al millesimo.

I ricercatori hanno fotografato 102 pasti e li hanno sottoposti all’analisi di quattro tra le applicazioni più diffuse: MyFitnessPal, Lose It!, Cal AI e Appediet. I risultati hanno messo in luce uno scarto rilevante tra il contenuto reale dei piatti e quanto calcolato dai software: in media, le quattro applicazioni hanno sottostimato l’apporto energetico dei pasti di circa 250-345 chilocalorie, su un totale di circa 918 chilocalorie. Le app inoltre hanno calcolato circa 30 grammi di grassi in meno per porzione.

Due delle app, MyFitnessPal e Lose It!, si sono rivelate più precise nella stima delle calorie contenuti nei pasti ipercalorici, rispetto a quelli ipocalorici. Mentre tutte e quattro le applicazioni hanno dimostrato una buona efficacia nella stima dei carboidrati, rispetto agli altri tipi di macronutrienti. Un’ulteriore estensione dell’analisi su oltre 200 pasti ha confermato che le difficoltà maggiori si riscontrano nei piatti ad alto contenuto di grassi e ridotto apporto di carboidrati, tipici del regime chetogenico, dove i condimenti e i lipidi incorporati sfuggono facilmente all’analisi visiva dell’algoritmo.

Come usare le app?

Le discrepanze nelle analisi effettuate dalle applicazioni messe in luce dallo studio non sono da poco: 300 chilocalorie in più per pasto sono abbastanza da mandare a monte qualsiasi dieta. Questo non le rende inutili, ma richiede qualche sforzo in più. Visto che l’analisi delle foto fatica a cogliere la densità energetica degli alimenti, la quantità esatta di olio utilizzato per condire e la presenza di grassi assorbiti durante la cottura, i numeri forniti dagli algoritmi di ai andrebbero considerati come una soglia minima di partenza.

Per rendere questi strumenti utili nell’ambito di un percorso nutrizionale, gli autori dello studio suggeriscono di integrare l’analisi fotografica con la correzione manuale delle informazioni. Aggiungere personalmente gli ingredienti non visibili a occhio nudo, come l’olio di oliva, il burro o le salse, permette di ridurre significativamente il margine di errore sistematico. L’abbinamento tra riconoscimento visivo e inserimento manuale potrebbe quindi consentire di mantenere la comodità offerta dalla tecnologia senza rinunciare alla precisione necessaria per raggiungere i propri obiettivi di salute.