Nel 2013 "selfie", cioè l' autoscatto fatto con lo smartphone, è stata proclamata dall' Oxford Dictionary "parola dell' anno". Eppure su Instagram, l' app per la condivisione di fotografie, l'hashtag # food (al 22° posto) è parecchio più popolare di #selfie (solo al 37°). Non contenti di aver cambiato il modo in cui ritraiamo noi stessi, i telefoni di nuova generazione sono diventati la quarta posata sulla tavola: l' abitudine di fotografare il cibo, o food porn, è un fenomeno in continua crescita - per inciso, al tag #foodporn corrispondono già circa 12 milioni di scatti.
E se una ricerca della Brigham Young University in Utah suggerisce che l' esposizione al food porn induca senso di sazietà, le foto al ristorante risultano indigeste agli chef dei molti stellati francesi apertamente schierati contro questa pratica, come Alexandre Gauthier, che ha introdotto un divieto di fotografie al suo La Grenouillere. In Italia il dibattito è aperto: trai più rumorosamente contrari c'è Rocco Iannone del ristorante Pappacarbone di Cava De' Tirreni, che al grido di «la cucina è una cosa seria» lancia da anni strali contro lo stile fotografico amatoriale che considera tipico di Internet.
A più miti consigli è venuto Davide Oldani, del D' O di Cornaredo, che ha di recente allentato la sua politica anti food porn: «Se è vero che stare a fotografare un piatto può rovinarlo - si raffredda, o si riscalda, o cambia consistenza - è legittimo che le persone vivano l' approccio alla tavola in modo informale: come va bene che si arrivi qui per pranzare con gli amici senza magari guardare nemmeno per un momento nel piatto, va altrettanto bene che qualcuno si prenda il tempo di scattare fotografie, se è questo a fargli godere l' esperienza al ristorante». Parte dell' avversione degli chef alle fotografie deriva dal timore che immagini di qualità scadente non rendano giustizia alle loro creazioni: c' è allora chi gioca d' anticipo, come il 41° di Barcellona dello chef Albert Adrià (fratello del più celebre Ferran), che ha progettato l' illuminazione della sala con lo specifico intento di rendere più facile ottenere belle fotografie.
C'è chi, come Giancarlo Morelli del Pomiroeu di Seregno, la prende invece con filosofia: «Amo le foto coni telefonini, nella loro imperfezione, per la capacità di raccontare un piatto da innumerevoli punti di vista. Mi stimolano». Alle foto sui social network c' è anche chi guarda come a un' occasione di pubblicità gratuita: secondo Stefano Capelli, tra i soci di Lattughino, «Non sono solo immagini: sono opinioni fotografiche. Noi ci inseriamo nella conversazione pubblicando, ad esempio, sulla nostra pagina Facebook una foto del piatto del giorno, e offriamo la cena a chi indovina gli ingredienti». Per ottenere foto di buona qualità senza rendersi impopolari con chef e commensali, tornano utili i consigli di Bob Noto, tra i più celebri fotografi di food al mondo: «Sempre chiedere il permesso, e non usare mai il flash. E ricordarsi di fare il bilanciamento del bianco: gli scatti migliorano immediatamente».
(20 marzo 2014)
E se una ricerca della Brigham Young University in Utah suggerisce che l' esposizione al food porn induca senso di sazietà, le foto al ristorante risultano indigeste agli chef dei molti stellati francesi apertamente schierati contro questa pratica, come Alexandre Gauthier, che ha introdotto un divieto di fotografie al suo La Grenouillere. In Italia il dibattito è aperto: trai più rumorosamente contrari c'è Rocco Iannone del ristorante Pappacarbone di Cava De' Tirreni, che al grido di «la cucina è una cosa seria» lancia da anni strali contro lo stile fotografico amatoriale che considera tipico di Internet.
A più miti consigli è venuto Davide Oldani, del D' O di Cornaredo, che ha di recente allentato la sua politica anti food porn: «Se è vero che stare a fotografare un piatto può rovinarlo - si raffredda, o si riscalda, o cambia consistenza - è legittimo che le persone vivano l' approccio alla tavola in modo informale: come va bene che si arrivi qui per pranzare con gli amici senza magari guardare nemmeno per un momento nel piatto, va altrettanto bene che qualcuno si prenda il tempo di scattare fotografie, se è questo a fargli godere l' esperienza al ristorante». Parte dell' avversione degli chef alle fotografie deriva dal timore che immagini di qualità scadente non rendano giustizia alle loro creazioni: c' è allora chi gioca d' anticipo, come il 41° di Barcellona dello chef Albert Adrià (fratello del più celebre Ferran), che ha progettato l' illuminazione della sala con lo specifico intento di rendere più facile ottenere belle fotografie.
C'è chi, come Giancarlo Morelli del Pomiroeu di Seregno, la prende invece con filosofia: «Amo le foto coni telefonini, nella loro imperfezione, per la capacità di raccontare un piatto da innumerevoli punti di vista. Mi stimolano». Alle foto sui social network c' è anche chi guarda come a un' occasione di pubblicità gratuita: secondo Stefano Capelli, tra i soci di Lattughino, «Non sono solo immagini: sono opinioni fotografiche. Noi ci inseriamo nella conversazione pubblicando, ad esempio, sulla nostra pagina Facebook una foto del piatto del giorno, e offriamo la cena a chi indovina gli ingredienti». Per ottenere foto di buona qualità senza rendersi impopolari con chef e commensali, tornano utili i consigli di Bob Noto, tra i più celebri fotografi di food al mondo: «Sempre chiedere il permesso, e non usare mai il flash. E ricordarsi di fare il bilanciamento del bianco: gli scatti migliorano immediatamente».
(20 marzo 2014)