È un micromondo di storie, di vigne e di pensieri. È una terra di testarde attese e di cuori resilienti. Alla base c’è “La ricerca della felicità”, non la trama del film con Will Smith, ma il riferimento ai diritti inalienabili dell'uomo: la tutela della vita, della libertà e, appunto, la ricerca della felicità intesa come state of mind. Su questo leitmotiv si muove la vita e la viticoltura nella provincia di Salerno, la seconda più vasta della Campania e una delle dieci più estese d’Italia. Un percorso, quello nell’universo del vino, che qui è intriso di sfaccettature, di differenze ampelografiche e pedoclimatiche, di mani e sorrisi mai stanchi, ma anche di antitetici linguaggi, metodi e culture contadine.
Un cammino che conduce ai Vins de terroir, come dicono i francesi, e riprende, per certe “zappe”, i passi di Nicolas Joly, fondatore della Renaissance des Appellations che ha ispirato la ripresa dei vini “più naturali” in Italia e un altro grande film, “Un’ottima annata” di Ridley Scott, con l’inguaribile Russell Crowe che ritorna alla terra d’infanzia per far vino. Il paesaggio vinicolo cambia dalla Provenza, anche se i francesi hanno sempre apprezzato questo angolo di mondo - leggendo capirete -, capace di sprigionare ataviche suggestioni.
L’area salernitana ricade nel Parco regionale dei Monti Picentini (Colli di Salerno) risale il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano e arriva al Golfo di Policastro: tra questi scenari mozzafiato di colline, monti e coste, si possono incontrare singolari realtà di vignaioli, ognuno con una filosofia e un particolare terroir (il Cilento in quanto territorio, per esempio, ha confini più ristretti rispetto all'estensione della DOC). Tra loro, tutti sono d’accordo su un concetto: “Il vino di per sé non esiste in natura, è l’uomo a crearlo. E per farlo deve rispettare la natura, le vigne e conoscere l’istante esatto per renderlo vino. Quello vero e unico nel suo genere”.
Giffoni Valle Piana - La quartara e un progetto solidale: sui colli piacentini con LunarossaVini
“Rischiare, senza mai produrre un vino scontato”. Questa premessa racconta subito che uomo e vignaiolo sia Mario Mazzitelli, che non scende a compromessi - lo sottolinea - e con la sua ricerca enologica punta a generare sapienti e inusuali alchimie, dove il vino dialoga tra l’antico e il moderno in modo più naturale possibile. Attenzione, ha anche il cuore tenero. Laureato in Scienze delle Tecnologie Alimentari, dopo aver conseguito un master in Viticoltura ed Enologia alla corte del prof. Attilio Scienza, uno dei più grandi esperti di enologia in Italia, ha dato vita a Lunarossa Vini. L’incontro con l’enologo Fortunato Sebastiano ha segnato, però, la svolta definitiva della sua vita di viticoltore. “I vigneti sono in cogestione con i contadini, da solo non ce l’avrei fatta. In vigna solo interventi con prodotti naturali e le lavorazioni del terreno sono ridotte al minimo”. Quartara non è solo il nome del suo Fiano in purezza, ma è il processo che porta il vino stesso in bottiglia: la quartara è una giara in terracotta di ancestrale memoria ed è stata anche l’unità di misura prima che arrivasse il sistema metrico decimale.
Torchiara - Il primato di due coniugi architetti e l’amore (per il vino) ai tempi di Casebianche
È stata la prima azienda campana a conquistare i Tre Bicchieri del Gambero Rosso con un vino frizzante e naturale: il Fric parla da solo, in un linguaggio contemporaneo, raccontando la storia di un Aglianico estroverso, smaliziato, croccante. Ogni bolla ha un suo ritmo. Ed è proprio così che lo volevano Elisabetta Iuorio - detta Betty - e il marito Pasquale Amitrano, due coniugi architetti che hanno lasciato le rispettive Napoli e Caserta per vivere in Cilento e dedicarsi al vino. “Mio padre aveva comprato questa terra negli anni ‘70, c’erano tutte case bianche. All’epoca conferiva le uve, faceva poco vino per se, poi regalava agli amici quant’altro del raccolto fosse in esubero. Ho trascorso qui la mia infanzia e le estati, fin quando abbiamo deciso di farci crescere i nostri figli. A contatto con la natura, - Betty fa una smorfia sul viso - quasi da pazzi”. Così parte la loro storia enologica: quasi undici anni fa, dopo aver conosciuto Costadilà, che fa un Prosecco Col Fondo, Casebianchesi appassiona a questo stile e prova a replicarlo in Cilento: “Anche l’incontro con Mauro Lorenzon è stata un po’ la chiave, oltre a i viticoltori Bruno De Conciliis e Luigi Maffini. Volevamo trasmettere gioia a chi bevesse il nostro vino. E’ stata dura, ci sono stati tanti momenti difficili, una volta stavamo per mollare, ma chiamata di un importatore ci ha fatto ricredere. Forse eravamo sulla buona strada”.
Rutino - Una villa del Settecento diventa cantina: tra dischi e vini spunta Salvatore Magnoni
“Uno dei proprietari del luogo ha cominciato da qualche anno a mettere in pratica i procedimenti di una vinificazione perfezionata e i prodotti che ottiene sono stati premiati all’Esposizione Universale del 1878. [...] Si avvicina sensibilmente ai nostri vini più caldi della Borgogna. Nessun dubbio che qualora l’esempio, finora dato da uno solo dei proprietari di Rutino, sarà imitato nella contrada in generale, i vini del Cilento acquisteranno una grande reputazione e sbocco all’estero”. Questo estratto del libro A travers l'Apulie e la Lucanie di Francois Lenormant risale al 1882 e lo si può leggere all’ingresso della cantina di Salvatore Magnoni.
Torre Orsaia - L’orange wine di Silva Plantarium e l’agricoltura del “non fare” di Mario Donnabella
È lontano da Joly che avvisava che “produrre lasciando al terreno la capacità di nutrire le piante, non è di per sé garanzia assoluta di qualità. Il risultato dipende dal luogo dove si coltiva, dal vitigno scelto”. È invece vicino a Masanobu Fukuoka ed Emilia Hazelip, all’idea di un’agricoltura del “non fare”, quella dell’orto sinergico. Difatti, Mario Donnabella prova a cooperare con la natura, anzi parla con le piante del suo Silva Planatarium, l’azienda vivaistica che fonda negli anni ‘80 del Novecento. Ha una relazione del tutto viscerale con la sua terra e la figlia Luana, laureata in Scienze Politiche a Siena, è da poco rientrata a Torre Orsaia per provare a seguirlo. “Se non avessi scoperto di avere l’Aglianicone - varietà autoctona con grappolo spargolo e non facile da gestire -, probabilmente non avrei preso questa strada. C’è anche il Mangiaguerra, insomma solo vitigni autoctoni, fedeli al territorio”, confessa con una voce calda e gentile. All’occhio risaltano subito le infinite piante tra frutti e fiori, che accompagnano i quattro ettari vitati.