Trattorie, coppa e pisarei: tutto il gusto di Piacenza
Luca Iaccarino
L'agnello de La Palta
Una città desiderosa di aprirsi, mantenendosi in equilibrio tra il futuro - il nuovissimo polo di arte contemporanea - e la tradizione. Seguici anche su Facebook
Aggiornato alle 2 minuti di lettura
A prima vista, Piacenza appare fortissimamente emiliana, sazia e sorniona: non è certo che il piacentino Armani abbia ideato i suoi celebri grigi ispirandosi alle nebbie di qui, è sicuro invece che questa umidità faccia maturare la coppa, la diva pop degli insaccati (e protagonista "a sua insaputa" della campagna elettorale). Ma guardandola dal campanile di San Sisto si capisce che c'è del fuoco sotto la bruma: laggiù, ad esempio, l'antica fabbrica di cartonaggi sta per essere trasformata in uno dei maggiori poli del contemporaneo d'Italia (si chiama XNL).
Dall'Emilia al mondo: Piacenza 2020
Del resto Piacenza è sempre stata luogo di contaminazioni e trasformazioni, "terra di passo" - confine com'è tra Emilia, Lombardia, Piemonte e Liguria -, dunque non stupisce che abbia agganciato il treno di Parma capitale italiana della cultura per avviare un grande processo di cambiamento, intitolato Piacenza 2020 (lo stesso fa Reggio: le tre città si coordinano col progetto Destinazione Emilia). Dunque è il momento giusto per venirci e scoprirla alternando golosità e musei, sacro e profano. Piazza Cavalli, Piacenza
Prima di tutto, si punti il compasso: ecco la grande Piazza Cavalli - per le due imponenti sculture equestri secentesche che rappresentano Alessandro e Ranuccio Farnese, padre e figlio appartenenti alla schiatta che ha reso grande la città -, i merli biforcuti del palazzo gotico. Quindi è già l'ora di un rosso frizzante - Lambrusco o Gutturnio - all'enoteca Da Renato, l'ultima rimasta tutta flaneur, perlinato e affettatrice; oppure di un bataro, la leggerissima nuvola di pane tipica della Val Tidone ma che si trova anche nell'omonimo locale del centro, farcita di salume, di formaggio; o ancora di un panino con la coppa ben stagionata che qui è lecito chiedere in salumeria, come quella, bellissima, dei Fratelli Garetti inPiazza Duomo. Quindi un poco di cultura: a Palazzo Farnese c'è la Madonna adorante il Bambino di Botticelli e il grande museo delle carrozze; la chiesa di San Sisto dal 24 aprile allestirà la mostra "La Madonna Sistina di Raffaello nella sua Piacenza", dedicata al celebre quadro che fu qui fino al 1757 (ora è a Dresda); nella Cattedrale si può ascendere alla potente cupola del Guercino; al Collegio Alberoni ecco lo struggente Ecce Omo di Antonello da Messina.
È l'ora di pranzo e Piacenza si fa in due: quella popolare va dal Gnasso (Trattoria La Pireina, in via Borghetto, strepitosa osteria tutta tortelli, stracotto di asina e pacche sulle spalle; quella borghese va da Marco-Osteria del Trentino, un rifugio fatto di garbo e tovaglie bianche, d'anolini (piccoli dischi di pasta ripiena di stracotto o formaggio) e pisarei (i tipici gnocchi di pane) e faso. Il pomeriggio ancora bellezza, magari con una pausa al Teatro Municipale per uno spettacolo pomeridiano, e la sera val la pena di prender la macchina. La Coppa del Salumificio Grossetti
Prima per andare a comprare i salumi allo spaccio del Salumificio Grossetti nella vicina Strà, poi per cena. Anche qui, un bivio: gli amanti della tradizione sceglieranno la trattoria Cattivelli, un luogo magico sull'isola Serafini (a Monticelli d'Ongina), in mezzo al Po: pesce di fiume - anguille, storione, acquadelle - e il miglior cotechino del mondo (quello di Saronni, che Brera battezzò "vaniglia"); chi voglia la cucina piacentina contemporanea va fino a Borgonovo Val Tidone, dove Isa Mazzocchi a La Palta non ha rivali. Tornati in città, non è ancora l'ora di andare a dormire: fino a notte fonda si beve da Nàima, il nuovo locale di Can Pakdamar, che ha aperto il suo cocktail bar a Piacenza, dopo dieci anni a New York: "nella Grande Mela ero uno tra tanti, a Piacenza io sono io."
Piacenza e l'arte contemporanea: Xnl
Il nome del nuovissimo spazio dedicato alle arti contemporanee si legge all'inglese, ovvero "Ex Enel": fu infatti sede dell'azienda elettrica. Dal primo febbraio si riempirà della grande mostra "La rivoluzione siamo noi" (fino al 24 maggio) che esporrà 150 opere appartenenti a 18 collezionisti italiani scelte da Alberto Fiz: dallo shock di Balkan Baroque di Marina Abramovic all'autoritratto di Cattelan appeso (che dà il nome all'evento) fino a un'installazione site specific di Giuseppe Penone. Una delle otto sezioni tematiche sarà allestita nell'adiacente, deliziosa galleria d'arte moderna Giuseppe Ricci Oddi (sulle cronache recenti per il "Klimt ritrovato").