Era
un ragazzo di 27 anni, nero, con una massa di riccioli in testa, quando
morì per overdose nel 1988. Celebrato come una rockstar e amato
come un leader, Jean-Michel Basquiat rimarrà uomo simbolo dello
stile di vita anni Ottanta. Pittore di origine haitiana, nel giro di dieci
anni si conquista critici e galleristi con le sue opere dove si impastano
parole e colori. Quando a diciasette anni arriva a Manhattan trova l'avanguardia
artistica newyorkese in pieno fermento. Inizia subito ad esprimersi attraverso
i graffiti. La sua impronta confusa e colorata è fatta di quattro
lettere: SAMO, "Same old shit", la solita vecchia merda. Il suo
tag, schizzato su muri e vagoni della metropolitana, gli porta successo.
Basquiat dai muri inizia a passare alle tele. Esprime una realtà
multirazziale, di conflitto, dove vivono figure primitive tormentate. Nei
primi anni Ottanta incontra Keith Haring, presto suo consigliere, ma espone
e lavora soprattutto con Warhol. Pochi mesi prima di morire dipinge "Cavalcando
la morte", un quadro in cui la solita figurina nera domina uno scheletro
bianchissimo che cammina a quattro zampe. Intanto, la macchina del cannibalismo
artistico si è messa in moto per quest'artista, che alcuni paragonano
per il modo di esprimersi e di vivere ad Arthur Rimbaud, di cui un'opera
viene oggi battuta a 500 mila dollari. |
Il
film
su Basquiat
La
biografia
DOSSIER GRAFFITI
a cura
di ANAÏS GINORI
Graffity story
Keith Haring
Graffiti nell'illegalità
L'Europa dei graffiti
Graffiti, quale futuro?
Vocabolario
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