I
graffiti ritornano nel ghetto? Passato il decennio dell'immagine, i discorsi
iconici formulati con pennarello, spray, vernici istantanee, colori acrilici,
aerografi, tornano ad essere un fenomeno mediatico, sociologico: non più
arte. Perchè lo sono stato, un fenomeno artistico, quei lampi multicromatici
sul grigiore del cemento di periferia o sulle lamiere della metropolitana.
La storia di vent'anni di clandestinità e illegalità, subisce
una svolta a metà degli anni Ottanta, quando la "Graffiti Art"
decolla sotto l'ala protettrice dell'onda hip-hop newyorkese. Giovani ribelli,
i writers perseguitati vengono adottati dal grande business e entrano nel
circuito di gallerie e musei. Keith Haring e Jean Michel Basquiat, due
vite simbolo di quella cultura urbana alternativa immaginata nella Graffiti
Art, ma anche nel rap e nella break dance (che poi sono l'altra faccia
della stessa medaglia: il pop), diventano delle star. "Sarebbe stupido
relegare l'arte nei musei" dice Haring nell'81. Ma già un anno
dopo, l'enfant terrible americano espone alla Shafrazi Gallery e organizza
assieme ai suoi amici Kenny Sharf, John Sex, Basquiat, ai Futura 2000 e
LA 2, mostre nella discoteca Club 57, rassegne al Time Square, al New York
Museum e al Ps One Museum. Nel '86 Haring inaugura il suo "New York
Pop Shop", un negozio che vende graffiti stampati su orologi, magliette,
poster, felpe e gadget d'ogni tipo. Le firme dei grafittisti, i "tags",
rimbalzano dai muri di strada ai salotti. Lo spirito underground e trasgressivo
scompare per lasciare spazio a mondanità e spettacolo. Haring organizza
delle vere e proprie esibizioni, anche in Italia, in cui migliaia di seguaci
assistono alla creazione dei suoi affreschi a ritmo di musica rap. Non
c'è più bisogno di scappare. Al posto dell'illegalità,
del Bronx, dei poliziotti, delle multe - della paura - c'è un universo
accogliente, la Factory artistica di Andy Wharol, guru del pop e grande
padrino dell'avanguardia artistica anni Ottanta. Le capitali sono invase
da queste moderne opere d'arte estemporanee. Ma presto il processo di museificazione
batte in velocità l'artista. Finendo per ammazzare l'opera. Nell'88
e nel '92 muoiono Basquiat e Haring. La parabola della sfida - alla città
e alla comunicazione urbana - si conclude. Perchè la stessa New
York vitalisticamente trasgressiva, in un clima di liberazione sessuale
e omossessuale, di affermazione della diversità entro i ritmi convulsi
della musica, assume nei primi anni Novanta ben altri e agghiacianti valori,
di sconfitta, di morte. La sfida si conclude forse anche perchè,
esaurita la spinta di rottura illegale delle tradizionali forme visive,
il graffitismo non si è perfezionato come fenomeno artistico ed
è rimasto legato ad un effimero recupero dell'immagine. Abbandonate
le luci della ribalta, l'"arte di frontiera" rapidamente svilita
e merficata dal mercato inernazionale, torna ad essere "una rivolta
contro il ghetto imposto dalla semiocrazia del potere urbano e televisivo",
come scriveva il sociologo francese Jean Baudrillard ("I graffiti
di New York, ovvero l'insurrezione attraverso i segni" 1974). Rimangono
tracce sparse nella comunicazione pubblicitaria e musicale, rimangono la
protesta, le grida di rabbia, le bande, il teppismo. E un linguaggio trasversale,
che forse non era indelebile. |
Il
film
su Basquiat
La biografia
DOSSIER GRAFFITI
a cura
di ANAÏS GINORI
Graffity story
Keith Haring
Graffiti nell'illegalità
L'Europa dei graffiti
Graffiti,
quale futuro?
Vocabolario
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