La strada di campagna che porta al centro di Gonzaga (Mantova) è l’emblema del nostro rapporto con gli animali. I resti di quelli selvatici rimasti investiti sono stesi sull’asfalto. Mentre più in lontananza si intuisce la presenza di quelli allevati, nascosti in strutture di cemento dove sono stipati a migliaia, senza mai poter calpestare un prato né vedere la luce del sole. Per via della giornata ventosa, l’odore inconfondibile e nauseabondo degli allevamenti intensivi arriva a violente zaffate. Questa cittadina dell’Oltrepò di 8.500 abitanti conta ben 60mila capi, tra mucche da latte, vitelli a carne bianca e maiali. Il rapporto è di 1200 animali per chilometro quadrato. Sette per ogni cittadino. Una situazione insostenibile, sia a livello ambientale sia per i rischi sanitari e le condizioni in cui vivono quelli che, anche se spesso viene dimenticato, sono esseri senzienti dotati di intelligenza ed emozioni. La sindaca di Gonzaga, Elisabetta Galeotti ha tentato di porre rimedio a questo stato di cose sospendendo, attraverso un regolamento comunale, le autorizzazioni per nuove strutture e limitando l’ampliamento di quelle già presenti. Una scelta, che sembrerebbe di buon senso, per tutelare cittadini e piccoli produttori, ma contro la quale si è opposto l’assessore all’agricoltura della Lombardia, Alessandro Beduschi (FdI), facendo ricorso al Tar.
Sono stata a Gonzaga per capire quanto pesa davvero la presenza di maxi allevamenti sulla vita degli abitanti e sull’economia locale. Camminando dalla Torre civica verso piazza Matteotti, cuore del paese, incrocio diversi gruppetti di persone Sikh. Molte lavorano proprio nel settore agricolo. Chiedo ad alcuni passanti cosa pensino della presenza di così tanti allevamenti intensivi, ma alcuni rispondono di non avere le competenze per parlarne. Quando però faccio riferimento agli odori, quasi tutti si lamentano. L’impressione è che molte persone avvertano un disagio, ma non sappiano esattamente da cosa derivi.
Al contrario, Francesco Arioli, consulente immobiliare che lavora nel settore agricolo e industriale, ha idee piuttosto chiare al riguardo. Secondo lui, il problema principale è il mancato rispetto delle regole da parte di alcuni allevatori. “Sulla carta dimostrano di avere la superficie necessaria per lo spandimento, ma poi, lo concentrano sempre nello stesso sito, arrivando a inquinare anche le falde acquifere”, spiega. Distribuire i liquami su terreni più estesi, infatti, richiederebbe più tempo e denaro. “Il regolamento introdotto dalla sindaca ha anche cercato di rimediare a una situazione in cui i piccoli allevatori che non hanno strutture moderne e industrializzate continuano a vendere alle multinazionali straniere”, continua. Nella zona, infatti, ormai da anni sono presenti realtà come la francese Lactalis e le olandesi Zoogamma e Zoo Agri (gruppo Van Drie).
Alle Poste incontro Emanuela e Giovanni, che vivono a Gonzaga da 25 anni. “Quando spandono i liquami in estate, l’odore diventa insopportabile”, raccontano. “Noi lo sentiamo anche quando tiriamo su l’acqua dal nostro pozzo in campagna. Sulla provinciale per andare verso Mantova, poi, solo passare in macchina è diventato un problema”. Andando su quella strada, vedo le strutture di Saab con le finestre oscurate e i ventilatori che girano senza sosta. La puzza è talmente forte che mi si appiccica ai vestiti e ai capelli. Proprio davanti al mega allevamento, dove vivono rinchiusi migliaia di vitelli, ci sono tre palazzine. I cognomi sul citofono sono soprattutto di stranieri che lavorano lì come operai. Suono diversi campanelli per parlare con loro, ma nessuno sembra averne voglia. Un ragazzo italiano è l’unico ad affacciarsi alla finestra, ma quando inizio a fargli domande chiude improvvisamente le imposte.
Nella stessa Gonzaga ci sono altri maxi allevamenti. Oltre a 21mila vitelli a carne bianca e mille da ingrasso, infatti, si contano 12mila bovine da latte e 24mila maiali. Migliaia di suini vengono tenuti nello stabilimento di La Pellegrina Spa, la società del gruppo Veronesi (che ha marchi come Aia, Wudy e Negroni) finita al centro di un’indagine di Greenpeace, che nel 2025 aveva rivelato pessime condizioni igieniche e gravissimi maltrattamenti nell’impianto di Roncoferraro (Mn), poi finito sotto sequestro. Nel complesso gli allevamenti con più di mille capi qui sono ben sedici, tra cui quelli di mucche da latte come Fienilnuovo, che ne possiede 2.800.
Nella tarda mattinata, conosco Giuseppe Moretti, allevatore con circa 500 vitelli da carne bianca, che insieme al fratello Gabriele fa parte del circolo locale di Laudato si’, il movimento cattolico ecologista. “Più gli allevamenti sono intensivi, maggiori sono le problematiche per il territorio”, sintetizza. “Siamo arrivati a un punto in cui il numero di animali presenti a Gonzaga è talmente eccessivo da aver portato un grave degrado ambientale”.
Davide contro Golia
La sindaca di Gonzaga Elisabetta Galeotti mi riceve seduta dietro a un plico di carte. La sua amministrazione è sotto pressione da quando Regione Lombardia ha contestato il regolamento comunale che impedisce l’insediamento di nuovi allevamenti zootecnici intensivi e limita l’ampliamento di quelli già presenti. In questo Comune a vocazione agricola, fino a qualche decennio fa Parmigiano Reggiano e carne di vitello venivano prodotti da aziende medio-piccole, spesso a conduzione familiare e legate al territorio. Un panorama che è molto cambiato negli ultimi 15 anni. “Il settore si è industrializzato, prevedendo l’uso di tecnologie e macchinari che richiedono investimenti importanti”, chiarisce Galeotti. Così molti piccoli imprenditori sono stati soppiantati da multinazionali, talvolta accettandone le generose offerte. “Nel 2024 qui a Gonzaga in cinque hanno venduto animali e quote latte alla Lactalis”.
Il paradosso è che le aziende più grandi, oltre a partire avvantaggiate, sono favorite anche dai fondi europei della Politica agricola comune (Pac), che prevedono come requisito per l’assegnazione investimenti di una certa entità. “Oltretutto, nonostante questi grandi allevamenti siano altamente redditizi sono esentati dall’Imu e dagli oneri di urbanizzazione”, sottolinea la sindaca. Con entrate insufficienti, il Comune di Gonzaga fatica persino a riparare le strade di campagna, dissestate proprio a causa del passaggio dei pesantissimi mezzi agricoli usati dagli allevamenti intensivi. Anche il traffico locale è notevolmente aumentato per il continuo passaggio di camion per il trasporto di mangimi e animali. “I cittadini, soprattutto quelli appena arrivati, si lamentano soprattutto dei cattivi odori”, continua la sindaca. “Ma anche rumori e inquinamento sono cresciuti in modo esponenziale, perché l’impatto di un’azienda da 2.800 capi è superiore rispetto a quella che avrebbero, ad esempio, venti aziende da 150 capi”.
Una parte degli abitanti è anche preoccupata delle possibili conseguenze che la scarsa qualità di acqua, aria e suolo potrebbe avere sulla loro salute. Ma nessuno sembra disposto ad ascoltarli. Infatti, aree come Gonzaga, dove lo spopolamento è sempre più forte, non sono al centro dell’agenda politica. “Noi non siamo contro gli allevamenti, ma patiamo le conseguenze del sovrannumero di capi in un'area circoscritta”, afferma Galeotti. “Se vogliamo che i giovani smettano di scappare, dobbiamo rendere questo luogo attrattivo e sano. È per questo che non possiamo permettere l’apertura di nuovi stabilimenti intensivi. Il nostro regolamento è arrivato anche per arginare nuove richieste che avrebbero portato qui altri 10mila capi, tra maiali e vitelli da carne bianca”.
Quanto inquinano gli allevamenti intensivi
Nella relazione Allevamenti intensivi in Lombardia, anatomia di un eccesso (quiil .pdf), presentata da Economia e Sostenibilità-EStà, Legambiente Lombardia, Essere Animali e Terra!, viene messo in luce come gli oltre 5,2 milioni di bovini e suini allevati in Regione (pari al 40% di tutti quelli presenti in Italia) siano concentrati in mega allevamenti da oltre 500 capi, con un fortissimo impatto ambientale. Oltretutto, le emissioni degli allevamenti lombardi sono le uniche a essere aumentate (+2.50% di CO2 tra il 2014 e il 2021), mentre le emissioni complessive della regione e quelle del settore zootecnico italiano diminuivano. La pressione sui territori dell’industria della carne, inoltre, è talmente forte da esporre l’Italia a sanzioni europee per la violazione della Direttiva nitrati, che tutela la salubrità delle acque.
Anche un rapporto di Methane Matters Coalition da poco pubblicato evidenzia come, a causa dell’alto numero di animali allevati, la Pianura Padana sia, a livello europeo, l’area con la maggior concentrazione di metano, responsabile di una forma di inquinamento molto pericoloso. “Ormai in Lombardia la qualità peggiore dell’aria non l’abbiamo più a Milano o in centri industriali, ma nelle zone della bassa”, afferma Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia. Gli allevamenti, infatti, producono anche polveri sottili, oltre a contribuire al cambiamento climatico.
“Nel caso di Gonzaga ci sono problemi igienici e di contaminazione da nitrati delle acque dovuti ai liquami prodotti in eccesso dagli allevamenti di suini e vitelli a carne bianca, mentre quelli di bovine da latte sono molto più gestibili”, continua Di Simine. E quello che può passare come un caso locale, in realtà, è rappresentativo dell’intera Lombardia e anche del resto d’Italia, dove gli allevamenti intensivi si stanno via via sostituendo alle aziende a conduzione familiare. “Questo danneggia anche produzioni Dop come il Grana Padano e il Prosciutto di Parma, che vengono standardizzati e creati a partire da mangimi importati dall’estero e quindi meno controllati. Oltre a implicare condizioni deprecabili di benessere animale”.
Malessere animale
Oltre ai problemi di inquinamento ambientale e ai rischi annessi per la salute - l’ammoniaca prodotta dagli allevamenti contribuisce anche alla formazione di Pm2.5, responsabile di 50mila morti premature a livello europeo - l’industria della carne presenta molte criticità anche dal punto di vista etico. ll cosiddetto benessere animale è un termine totalmente vacuo quando si vanno a verificare le condizioni di vita degli animali allevati con il metodo intensivo. “Spesso, passano la maggior parte del tempo semplicemente fermi, quasi senza potersi muovere, sempre al chiuso, non potendo esprimere i propri bisogni etologici. È come se noi vivessimo tutta la vita in piedi in un ascensore”, spiega Chiara Caprio, responsabile media e relazioni istituzionali di Essere Animali. “Trattandosi di esseri senzienti con capacità cognitive molto sviluppate, la loro sofferenza è fortissima”. Oltretutto, non solo alcuni animali muoiono nelle varie fasi di produzione, ma una volta macellati, molti vengono semplicemente buttati via, perché la loro carne non serve. “Essere animali è contrario allo sfruttamento degli animali in generale, però, la transizione avviene gradualmente e i sistemi di produzione non sono tutti uguali”, continua Caprio.
Rispetto all’industria della carne, gli allevamenti estensivi presentano diversi vantaggi. Oltre a essere maggiormente sostenibili per territori e ambiente, consentono agli animali vite più dignitose. “Dove il modello è quello industriale, gli animali stanno peggio. Un’integrazione col territorio e un accesso all’aperto, che implica una minore densità di animali, rappresentano invece un miglioramento delle loro condizioni”.
“Vista l’altissima concentrazione di capi, oltre a dover somministrare antibiotici, gli allevamenti intensivi presentano anche concreti rischi epidemici”, aggiunge Federica Ferrario, responsabile campagne di Terra!. Dopo che con il Covid-19 il termine zoonosi ci è diventato familiare, infatti, sappiamo che il prossimo passaggio di virus o batteri alla specie umana potrebbe venire proprio da questi luoghi.
Il ricorso di Regione Lombardia
Quando chiediamo all’assessore lombardo Alessandro Beduschi il motivo del suo ricorso al Tar contro il regolamento anti-allevamenti intensivi, ci risponde che non riguarda tanto i contenuti. “Nemmeno io sono d’accordo nel creare stabilimenti eccessivamente grandi e credo che la dotazione di animali da reddito, soprattutto da latte, in Lombardia sia più che sufficiente”, afferma. “Ma a Gonzaga è stato imposto un limite al numero di capi consentiti per allevamento, cosa che la legislazione attuale né europea né italiana né regionale consente. E che non è materia del Comune”.
Il rischio, sostiene Beduschi, è quello di discrezionalità. E, forse, il timore è anche che Gonzaga crei un precedente. Ma, ammettendo che i Comuni non debbano legiferare in materia di allevamenti, chi deve farlo al posto loro? E, nell’attesa, quali soluzioni ci sono per i gonzaghesi? “Bisogna sollecitare normative europee e nazionali”, risponde Beduschi. “Credo, inoltre, che l’amministrazione possa agire al livello del Pgt (il Piano del governo del territorio) per individuare le caratteristiche degli allevamenti da autorizzare”.
Con l’assessore si sono schierate anche le associazioni di categoria, Coldiretti e Confagricoltura, alzando uno scudo in difesa degli agricoltori e ritenendo fuori luogo l’imposizione di nuove norme da parte dell’amministrazione gonzaghese. Pazienza se a rimanere danneggiate dai maxi allevamenti sono anche le piccole imprese del settore.
Un caso scuola
“Noi viviamo in uno dei luoghi più inquinati della Pianura Padana, che, a sua volta, è il territorio più inquinato d’Europa”, denuncia Gabriele Moretti di Laudato si’. “Ci sono Stati come i Paesi Bassi che hanno introdotto limiti al numero di capi consentiti. Noi non abbiamo leggi che ci consentano di farlo, ma, quantomeno, vogliamo che vengano messi sotto controllo gli spandimenti e che non si insedino altri maxi allevamenti”.
Il caso di Gonzaga mette in evidenza il punto di non ritorno a cui siamo arrivati. Il numero di animali presenti, soprattutto in Pianura Padana, è insostenibile, anche a livello di risorse (è noto, ad esempio, come per produrre un chilo di carne di manzo vengano usati oltre 15mila litri di acqua). Per questo, le associazioni Legambiente Lombardia, Essere Animali e Terra!, oltre a sostenere la scelta della sindaca Elisabetta Galeotti, sottolineano la necessità di avviare una transizione agroecologica nel settore zootecnico. Il loro obiettivo è arrivare a una legge nazionale sulla gestione degli allevamenti intensivi che fissi un limite alla loro crescita e alla concentrazione di capi allevati, tutelando ambiente, animali, salute pubblica e favorendo le produzioni di qualità legate al territorio (con l’acquisto di foraggi locali).
Mentre lascio Gonzaga ammiro i bei casali in mattoni rossi di una volta, oggi per la maggior parte abbandonati, e mi auguro che questo territorio possa avere un futuro diverso. Un futuro in cui tra persone, natura e animali si ristabilisca un nuovo, più rispettoso, equilibrio.