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Gli ultimi 12 secondi di terrore:
"Ci avevano detto che era tutto finito"

Terremoto, sull'orlo
di una crisi di nervi

dal nostro inviato CLAUDIA FUSANI

FOLIGNO - Adesso è il terremoto dei nervi. Dopo le case, le chiese, gli ospedali, adesso sono quelli che stanno crollando. Dopo dodici giorni e oltre un migliaio di scosse, l'ultima, terribile, quella dell'una e ventitré minuti di martedì mattina. "Ci avevano detto che era finito, invece non è vero..." si disperano le persone svegliate ancora una volta nel cuore della notte e soccorse da medici e volontari. Ottavo grado della scala Mercalli, durata strumentale della scossa 735 secondi, dodici minuti, la percezione fisica nelle persone è stata di appena dodici secondi. Che sono un'eternità. È stata la terza scossa più forte da quando è cominciato il terremoto. Era il 26 settembre.
E ogni volta, ad ogni scossa forte, si ricomincia daccapo. Con le sirene impazzite, le facce spiritate, i fantasmi in giro per le strade con coperte e cuscini, la gente che fugge in macchina, gli uomini in divisa che partono per fare i sopralluoghi in case a cui magari avevano appena dato l'agibilità, per sfollare alloggi, alzare nuove tende, preparare calde tazze di tè. Si ricomincia con gli attacchi di cuore, crisi di panico, svenimenti. Non ci sono stati feriti gravi. Un uomo ha avuto un attacco di cuore a Foligno ma è stato salvato. Nelle Marche una donna ha cercato di buttarsi giù dalla finestra a Fabriano e altre quattro persone si sono ferite scappando dalle case a Serravalle in Chienti. Decine e decine i ricoveri in stato di shock.
Ci sono stati molti danni ai palazzi, alle case, la caserma dei carabinieri di Casenove è stata abbattuta ed è crollata un'ala dell'ospedale di Nocera Umbra. Tutto il centro storico dell'antica sede vescovile non è più agibile. Seggio, un paese in montagna che era riuscito a passare indenne la prima settimana, si è sbriciolato a terra in pochi secondi la notte scorsa. Le scosse di ieri, novanta fra la mezzanotte e le undici del mattino fra cui una dell'ottavo grado e cinque fra il quinto e il sesto, sono state la condanna a morte per le torri da secoli simboli fieri dei paesi e da due settimane simboli tristi di un terremoto. Come la torre medievale di Foligno rimasta appesa sopra il municipio e ora destinata ad essere abbattuta: sembra un castello di sabbia mangiato dal mare. E come la duecentesca torre della Campanaccia di Nocera Umbra: era un fiero torrino in pietra, è rimasto mozzo dopo le prime scosse, da ieri assomiglia a uno stuzzicadenti di pietre.
Sono state chiuse le strade, la Statale 77 del Colfiorito e un tratto di Flaminia, per non creare intralci alle squadre dei soccorsi e dei vigili del fuoco. (Nella notte un camion dell'esercito si è ribaltato mentre stava raggiungendo Colfiorito, e sei militari sono rimasti feriti).
Ma il danno più grosso è quello morale. "Ora basta, vogliamo la verità su quello che sta succedendo, un giorno dicono che è finito e il giorno dopo arriva un altro terremoto", si lamentava la scorsa notte una donna arrivata in vestaglia al Centro operativo misto di Foligno. Anche i sismologi dell'Istituto nazionale di geofisica di Roma sembrano arrendersi. "Non facciamo più previsioni. Ci sono movimenti ogni minuto - osservano Francesco Mele e Luciano Giovani - e sono ancora possibili scosse come quella di questa notte".
I centomila colpiti dal sisma vorrebbero sapere, senza bugie né false promesse. E i contadini si affidano alla loro scienza. "Noi lo sentiamo venire da sottoterra, fa ouhhh, ouhhh" raccontano, spostando avanti l'aria con le mani, tre anziani a passeggio verso Annifo, un paese che non c'è più. È la terra malata la causa del terremoto, "è questo caldo che non va più via e queste albe gialle di un colore mai visto".
Il terremoto dei nervi. Perché oltre i disagi, l'aver perso tutto o quasi, l'arrivo del freddo e della pioggia che per fortuna ieri ha lasciato ancora po sto al sole, quella della scossa è una sequenza che difficilmente ti levi di dosso e di dentro. Sei come chiuso in una scatola e qualcuno fuori ti muove tutto. "Noi ci diamo da fare - raccontano tre donne che lavano i panni alla fontana di un campo a Nocera - ma non ci capezzamo più con tutto questo diavolerio che ogni notte ci butta fuori dalle brande".

(29 settembre 1997)

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